Un amore radicale per la vita

"Di fronte alle parole di Diana, così lancinanti e lucide, ritengo che Searles avesse ragione quando – in uno scritto del 1961 – metteva in relazione le psicosi con la percezione lucida e profonda dell'ineluttabilità della morte. Il pensiero della morte diventa una delle cause scatenanti delle forme gravi di malattie psichiche e, nel caso delle psicosi, con meccanismi di difesa scelti per non soffrire così intensamente e in modo angoscioso di questa intensissima e consapevole caducità. Questa forma di proprietà transitiva intersoggettiva diventa anche un modo per interrogare il terapeuta sulla sua posizione di fronte alla morte… Si doveva ripartire dal corpo, dalla possibilità, anche solo per un attimo, di svelare la verità della propria esistenza" .

Borderline: un amore radicale per la vita (Mimesis 2022) è nato dalla mia esperienza di numerosi anni nel dialogo con le sofferenze acute dell'umano esistere. Quelle di Diana, che con il suo percorso intreccia le pagine del libro, quelle dei molti che ogni giorno come psicoterapeuta incontro, quelle che in forme differenti ognuno di noi attraversa lungo la vita.

Il manuale diagnostico DSM-5 quando tratta del trauma, o del disturbo post-traumatico da stress, parla di esposizione alla morte, di minaccia di morte. Anche se poi non approfondisce il tema (e del resto non potrebbe, per come è impostato il manuale) evidenzia un'esperienza esistenziale centrale: la tematica della morte rappresenta una discontinuità, spesso radicale, spazio-temporale rispetto al flusso continuo dell'esistenza, ma ritorna anche come uno dei temi centrali in ogni terapia, con tutto il corredo delle varie rappresentazioni sintomatiche e che nel caso di Diana diventava morte Dissociativa e collera incontenibile.

Il tema della morte, non è solo considerabile come evento improvviso, traumatico e di estrema esposizione percettiva alla perdita della vita, ma chiama in causa anche tutte le altre morti non traumatiche che lavorano sollecitandoci, come un basso continuo, nell'accompagnare la nostra esistenza. Spesso i sistemi psichici sintomatici bipolari (tralascio qui le evidenze eziologiche biologiche, metaboliche (fattori organici predisponenti), culturali, transgenerazionali…) sono la rappresentazione fenomenologica e simbolica di esperienze difensive continue e polarizzate tra eccitamenti e scoramenti di fronte al tema della morte: il nascere e il morire restano i fondamenti simbolici della nostra ricerca esistenziale in ogni sua espressione, anche sintomatica.

Questo non significa sminuire i tanti studi eziopatogenetici che riconducono certe forme di sofferenza a eventi specifici e traumatici della nostra esistenza (spesso ripetuti e cumulativi), anzi, essi sono di fondamentale importanza scientifica e terapeutica. Basti leggere la moltitudine di ricerche scientifiche pubblicate negli ultimi decenni, quelle ad esempio di Allan Schore, di Bessel van Der Kolk, di Janina Fisher, di Clara Mucci, che nel testo tratto e approfondisco indirettamente, valorizzandone la straordinaria portata e riconoscendone una specificità clinica e diagnostica. Ma altrettanto fondamentale è l'apertura a feconde contaminazioni di teorie psicologiche diverse, a "una ricchezza multiforme" - come scrive nella sua Prefazione al mio libro Romano Màdera - "potenziata da affondi nell'etologia e nelle neuroscienze, ma soprattutto 'punteggiata' (ma nel senso del pointillisme) di accostamenti alle arti figurative e alla filosofia come stile di vita", "tutta in risonanza con la storia clinica e la biografia di Diana".

La storia biografica e clinica di Diana, che approfondisco nel testo, nasce proprio da un sentimento e da una percezione radicale di morte e di vuoto… In questa brevissima presentazione vorrei toccare i termini più generali di un solo vertice che spesso viene rappresentato dal rapporto di amore (simbiotico) ed odio (collera esasperata) con un singolo caregiver portando alla luce il confronto con questioni imprescindibili in ogni percorso di vita: la nascita, i cambiamenti (crisi necessarie) come condizioni di mobilità o immobilità e la morte.

L'esperienza indicibile della morte chiede d'essere rappresentata simbolicamente: cercare la giusta rappresentazione simbolica dell'indicibile per trovare quelle personali immagini profondamente riconducibili alla biografia, ma anche a una memoria collettiva che sappia parlare di vita rappresentando simbolicamente la morte. Spesso l'organizzazione di personalità Borderline ha rappresentazioni totalmente diffuse (inconsistenti) e mortifere che si associato a comportamenti sempre uguali nella loro coatta ripetizione e che tendono a riportarsi e rapportarsi al trauma originario; Il corpo maltrattato ne è rappresentazione tra le più evidenti e spesso la bulimia (meno frequente l'anoressia) è tipica espressione di riempimento inesauribile di vuoti. Un corpo esteso che chiede senso e determinazione "a fior di pelle"; come se si cercasse una nuova nascita a partire dal limite del corpo, dalle sue trasfigurazioni e da una tattilità originaria. E' anche una questione di Tatto...

Ogni nostro importante cambiamento di vita (Bion parlerebbe di cambiamenti catastrofici), implica simultaneamente la morte di qualcosa, o quanto meno una riconfigurazione a partire dai livelli elementari e sensibili (fisiologici e neuronali) associati con processi psichici (culturali e ambientali). Il simbolo di vita che porta con sé ogni vero e profondo cambiamento è anche simbolo rappresentativo della morte.

Ogni movimento vitale inspira il passato espirando il futuro. Questo doppio movimento respiratorio è anche rappresentazione del vivente dentro flussi continui di implicazioni e appartenenze, dentro danze circolari (e non solo discrete e discontinue) tra oggetti, dove ogni cambiamento (anche traumatico) è costruttore di senso e di specifica presenza vitale.

Riprendendo Hillman potremmo chiederci: come recepiamo un sintomo? Per Hillman, rifacendosi alla medicina antica, gli organi non sono solo sani o malati, ma sviluppano ciascuno uno specifico grado di coscienza. Che tipo di coscienza hanno i nostri organi? E come si sviluppano nel mondo? Il mito di riferimento è Dioniso che viene fatto in tanti pezzi e smembrato; in alcune versioni neoplatoniche si narra che venne disperso in tutta la natura riflettendo così i tanti organi del nostro corpo che chiedono coscienza, soprattutto nei periodi disfunzionali. Solo quando sentiamo dolore spesso diventiamo consapevoli dei nostri organi e del nostro corpo.

Come scrive Federico Leoni, antropologo e filosofo attento alle questioni delle diverse autonomie e contingenze degli esseri viventi, parlando di Leibniz: "ciascuno degli infiniti automi è una piega divina dell'universo, divina nel senso che ridisegna tutto l'universo della propria differenza, ridifferenzia automaticamente, immediatamente, istantaneamente, col più piccolo dei suoi respiri, l'intera stoffa del mondo" (F. Leoni, L'automa, Mimesis 2019, p. 20).

Ogni organo, così come ogni cosa, sembrerebbe avere un'importante ragione. Ogni cosa, filosoficamente parlando, è estesa e intensa, come se le divinità fossero sempre presenti in ogni atto che appare e che sopraggiunge, dove passato e futuro sono solo la piega e non il punto (G. Deleuze, La piega. Leibniz e il barocco, Einaudi 1988, p. 10), evidenziando l'intensità di ogni cosa, in qualsiasi istante. Ecco quindi che si può anche pensare alla vita e rappresentare la morte come continuità e discontinuità tra gli oggetti del mondo. Ogni oggetto può contenere il segreto di un altro oggetto, e come scatole cinesi ci fanno sentire parte embricata con tutti e con tutto.

Tornando alle sofferenze borderline, che tipo di narrazione, che tipo di esperienza, che tipo di "qualcosa" si cerca disperatamente di essere? O, ancora, che tipo di mancanza d'esperienza di vita e di ricostruzione interiore rappresenta questa malattia?

Ogni sintomatologia è anche sintomo espressivo di un'epoca storica: in quale posizione si interfaccia la posizione di border con la posizione culturale e sociale degli ultimi decenni?

Quando il desiderio della società si scontra con il desiderio soggettivo e individuativo di ogni essere umano? Se pensiamo ad esempio agli atteggiamenti di introversione ed estroversione studiati da Jung con la pubblicazione di Tipi psicologici (1921), una società votata alla totale estroversione come la nostra cosa può indurre in un soggetto costitutivamente introverso?

Tutto ciò richiama il senso costante di vuoto che certe sintomatologie portano più di altre in evidenza. Senso di vuoto che si associa a irrequietezza e al tentativo, senza forma psichica interiore, di placarla. Niente è mai sufficiente, in particolare in coloro che sono stati troppo esposti all'incertezza nei primi anni della loro esistenza, per costruire una fiducia nella vita che sappia tenere le briglie dei naturali e improvvisi cambiamenti che possono sempre accadere. Si torna dunque al tema della vita, dell'improvvisa morte e della fatica di ogni trasformazione che sappia costruire una cornice di contenimento.

Hillman ne L'ultima immagine, in dialogo con Silvia Ronchey, ci invita a distinguere l'immagine vera dall'immagine pornografica. Quella vera include sempre anche la morte con la sua irriducibile unicità, o la sa includere implicitamente/misteriosamente, perché una "vita o una società che non tenga vicina la morte è una vita moribonda, morente…" (J. Hillman, S. Ronchey, L'ultima immagine, Rizzoli 2021, p. 169).

Come può vivere tutto questo chi ha vissuto traumi reiterati nei primi anni, o chi costitutivamente vive da sempre con certe vulnerabilità psichiche e organiche? L'amore radicale per la vita è quindi anche un "amore" (inteso etimologicamente come assenza di morte) di resistenza totale alla vita, o difesa totale dalla vita e dalle sue potenziali salvifiche capacità immaginative; una difesa che parla di sfiducia, come è la sfiducia camuffata talvolta d'amore di chi si è costretto a identificarsi con il carnefice che lo ha traumatizzato. Il borderline così si chiude in prigione, si svuota totalmente del proprio pensiero non credibile e insostenibile se non in forme radicali e provocatorie, negandosi la ricostruzione (con una certa tenuta di continuità spazio-temporale) interiore e immaginale di una realtà esterna spesso incomprensibile, senza riposo. Sì, perché il borderline non riesce mai ad avere pace, è rappresentazione massima dell'irrequietezza.

Borderline: un amore radicale per la vita ha l'ambizione di tenere insieme lo studio della mente e della psiche umana (i tanti modelli clinici che analizzo nel testo vanno in questa direzione) con lo studio della società e della cultura in cui viviamo (il capitolo sull'analisi biografica a orientamento filosofico è dedicato a questo) dentro il piccolo laboratorio esistenziale e clinico della stanza d'analisi che, come scrive Mario Manica, pone in evidenza "non tanto ciò che l'analista dice al paziente, ma quanto l'analista fa con il paziente. Allora, non è soltanto la ricostruzione del passato a trasformare la sofferenza, non è rendere conscio l'inconscio a garantire l'efficacia di un intervento terapeutico, bensì è la possibilità di trasformare un'esperienza invisibile in un dilemma emotivo verbalmente simbolizzato sul quale la coppia analitica può conversare e sognare" (M. Manica, M.G. Oldoini, Spaventose simmetrie, Celid 2018, p. 60).

L'educazione allo sguardo sull'umano in tutte le sue dimensioni, ha ritenuto necessario privilegiare la costruzione di un testimone/analista che ha posto come necessaria la condivisione profonda della ricerca di senso e di ri-costruzione dei paesaggi interiori della giovane donna che ho scelto di raccontare. Nelle sofferenze border la rappresentazione interiore delle cose del mondo non c'è o è totalmente discontinua. Il mio sguardo ha perseverato nel cercare di posarsi sia sulla dimensione sana sia sulla parte malata che, in una certa misura e con diverse intensità sintomatiche, è presente in tutti noi. Una filosofia della vita, nella vita, consapevole che essa va sempre di pari passo con le tante possibili forme di rappresentazione.

Questo apre cruciali questioni di postura e di formazione per ogni analista, che dovrebbe saper sostare senza paura nelle strette fosche di paesaggi psichici che chiedono altri paradigmi, altri paragoni, altre forme del sentire e del pensare rispetto alle riduzioni e chiusure entropiche (lontane quindi da qualsiasi possibilità di crisi e cambiamento) di tante psicoterapie incatenate dentro i propri modelli teorici. La cura deve abbracciare tutto il mondo umano nella sua immensità e, nello stesso tempo, nel piccolo/piccolissimo custodito dalla parola che diventa "guscio di noce in cui ritrovarsi... tetto, argine, diga in cui arrestare il magma del proprio caos interiore…".

Paolo Bartolini: Dalla parte della lama
Don’t Look Up

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