Riparare le ferite dell’anima ucraina e russa

Irina Maniukina

Artisti di tutto il mondo unitevi…

Ho letto questa mattina della resistenza di musicisti come la pianista Irina Maniukina e di scrittori come Andrej Kurkov sotto le bombe. Le loro parole e i loro suoni sono diventati virali sui social. Toccano. Lontano dal rischio di qualsiasi retorica, mi chiedo come l'arte possa fare la sua parte in questo conflitto. Mi pare estremamente importante porci questa domanda, innanzitutto a partire da chi ha dedicato parte del proprio tempo a indagare i significati profondi di questo vitale istinto umano. Penso alla ferita dell'anima ucraina e russa e a come si possa riparare con l'arte e non solo con l'aggressività e la guerra.

Perché l'arte russa, ucraina e quella di tutto il mondo potrebbero cambiare le cose? Anzitutto perché possono toccare l'anima del mondo ferito, ovunque essa sia collocata geograficamente e storicamente. L'archetipo dell'arte sa costellarsi per riparare qualcosa di vitale importanza. In forme diverse, oltre ogni confine e proprietà i linguaggi dell'arte si incontrano, si parlano, si toccano, si condividono, arrivano nel fondo intimo dell'ascolto e dello sguardo di ogni essere umano. L'esempio della musica è il più evidente: gli spartiti si leggono in ogni luogo nello stesso modo, anche se le lingue madri di chi suona sono diverse.

Le ferite si possono riparare con i processi creativi.

Proporrei ai vari ministri europei di assumere l'esempio della grande artista sarda Maria Lai, un simbolo di emancipazione femminile, che nel 1981 creò per il proprio paese Ulassai un'opera-evento d'arte, Legarsi alla montagna: un lunghissimo nastro azzurro unì insieme l'intero paese in conflitto, seppe mettere in relazione gli abitanti, che tra antichi rancori e diatribe presenti non andavano d'accordo tra loro. Il nastro, che legava tutte le case sino a raggiungere la vetta del promontorio che domina il paese, seppe trasportare di mano in mano, da una casa all'altra, i tanti sentimenti possibili, uniti tra loro da un filo.

Solo un nastro "umano" potrà tentare di unire chi sta perdendo figli, padri, madri, fratelli, sorelle, amici… un filo che collega, simbolo del possibile e dell'unione tra tutte le case, potrà portare l'immagine salvifica del dialogo e dell'unione. Un vero processo simbolico creativo potrebbe aiutare a salvare il mondo. Di simboli abbiamo un'estrema urgenza.

Maria Lai, Legarsi alla montagna

Viktor Sklovskij, critico letterario russo del Novecento, ne L'arte come procedimento scrisse questo, che mi pare possa sintetizzare ciò che intendo significare con l'urgenza del simbolo: "l'arte è una maniera di sentire il divenire dell'oggetto, mentre il già compiuto non ha importanza nell'arte".

Affermare che "l'arte è una maniera di sentire il divenire dell'oggetto" significa pensare al simbolo soprattutto come processo che sa rappresentare una figurazione in fieri, un tragitto, la formulazione di qualcosa non ancora pienamente conosciuto e che può superare ciò che sta accadendo. Diversamente dal segno che rimanda sempre a qualcosa di noto, il simbolo è la migliore espressione psichica possibile di una significazione in divenire, un vettore dinamico e insaturo con cui possiamo ripensare il futuro. Ci fa capire l'importanza, nella costruzione dell'opera umana, di ciò che si può generare attraverso il processo creativo: qualcosa che può anche liberarci, almeno in parte, dai processi narrativi a volte propagandistici a cui siamo sottoposti in queste settimane. La formazione di un atteggiamento simbolico è di un'urgenza estrema, investendo da subito sulle nuove narrazioni, sulle nuove strutture, sulle demistificazioni, sulle nuove organizzazioni del pensare e del sentire.

Scrive Freud ne Il poeta e la fantasia: "su noi profani ha sempre esercitato una straordinaria attrazione il problema di sapere donde quella personalità ben strana che è il poeta tragga la propria materia […] e come egli riesca ad avvicinarsi, suscitando in noi commozioni di cui forse non ci saremmo creduti capaci".

Proprio di "quelle personalità ben strane" abbiamo urgente bisogno, di artisti che in tutto il mondo imbraccino le loro armi per un'estetica che sa essere esperienza salvifica per tutti noi, poiché apre la possibilità di accedere a un'ulteriorità di senso e di cura, nel tendere oltre i sintomi gravissimi della guerra. Quindi un'estetica che si basi sull'esperienza della vita tutta, intera, in ogni sua componente, anche quelle appartenenti alla guerra stessa.

Artisti di tutto il mondo unitevi.

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