La forma dell’amore futuro: un Avatar con cui conversare in chat in qualunque momento

Ivan Paterlini

Francesco Marino, su la Repubblica del 31 maggio 2022, ha scritto un articolo su Replika, un'applicazione che permette di creare un Avatar con IA personalizzato, con cui chattare. Il 40% degli iscritti la utilizza per generare un partner romantico. La prima questione che nasce è se possa esistere empatia tra esseri umani e macchine. Marino ci ricorda il libro di Philip K. Dick che ha ispirato il film Blade Runner, in cui Rachel, la robot con cui il protagonista Rick Deckard ha una storia d'amore, riflette sul suo essere un androide: "Nel romanzo e nel film, gli androidi sono estremamente vicini agli esseri umani. Ne replicano la corporeità, le caratteristiche fisiche, addirittura la pelle. C'è solo una cosa che non possono riprodurre: la capacità di provare empatia…E se gli esseri umani iniziassero a innamorarsi delle macchine?" Replika è una applicazione per smartphone nella quale è possibile creare e personalizzare un Avatar, con cui avere conversazioni in chat in qualunque momento. Il sistema è governato dall'IA e, in particolare, da GPT-3 e permette, stando a quanto si legge sul sito ufficiale, di "avere un amico senza giudizi, problemi o ansia sociale". Replika, inoltre, consente di "avere una connessione emotiva, condividere una risata o parlare di qualunque cosa tu voglia". Si crea così un Avatar in 3D scegliendo sesso, colore della pelle, nome ecc., sino a creare la propria Replika e iniziare a chattare. Sappiamo che l'intelligenza artificiale ha straordinarie capacità di risposta a stimoli diversi restituendoci, soprattutto se distratti dalle infinite replicazioni del mondo, esperienze vicinissime alla realtà. In futuro, con la realtà aumentata potremo vivere l'IA anche dentro casa, come se fosse una "vera" relazione. Ma quanto vera può essere la presenza di un Avatar disposto ad "imitarci" e costruito artificialmente sulle esigenze preselezionate dei customers affiliati? quanto può aiutarci a riparare anche solo per un periodo, una vita fatta talvolta di limiti e spesso di assenze (di senso)? potrebbe forse insegnarci che il mondo interiore se ben coltivato nelle diverse forme del simbolico, può essere anche più reale del reale. Certo! ma si può accedere al simbolico attraverso questi presupposti? La storia di Replika nasce da una vera storia d'amore perché è un'applicazione creata da Eugenia Kuyda, una startupper russa, che ha cercato di ricreare attraverso questa app l'amico Roman, scomparso nel 2015 in un incidente automobilistico. Eugenia ha scelto alcuni preziosi messaggi di Roman memorizzati, facendo processare al sistema dell'IA una serie di possibili risposte pertinenti a quegli stimoli. Una replica di scrittura, con reazioni vestite su misura a partire da quei messaggi di Roman. Già dalla motivazione di creazione dell'app, non si può non pensare quale forma di elaborazione del lutto abbia cercato di inventarsi Eugenia Kuyda, di quale assenza si occupi, quale forma di ri-scrittura sia nata e sino a quando potrà essere utilizzata. Queste sono le prime domande che possiamo porci intorno alla grande diffusione che Replika sta avendo. Le cose poi si complicano se leggiamo le istruzioni informative di utilizzo, che ci ricordano che è possibile selezionare il tipo di relazione che si desidera avere con l'Avatar, quindi non solo romantica o di fidanzamento… ma più del 40% degli utenti sceglie la relazione romantica.

Il corpo sembrerebbe dunque secondario per costruire un amore. Sembrerebbe fare breccia più l'assenza che la presenza. E qui si annida un facile e pericoloso fraintendimento. Dobbiamo partire facendoci aiutare dal mito di Pigmalione, da Plinio il Vecchio e dai suoi scritti sulla nascita dell'arte.

Pigmalione era il re di Cipro che si innamorò di una statua di avorio raffigurante una donna. Il re infatti era anche scultore e aveva creato ad arte una statua più bella di qualsiasi donna vivente. Catturato dalla passione per la sua scultura, chiese ad Afrodite, durante una festa della dea, di donare vita e realtà alla statua. Tornato a casa si avvicinò alla sua opera, la sentì vibrare, la sentì vivere; la sposò e ne ebbe una figlia. Ovidio nel libro decimo delle Metamorfosi descrive da par suo la vicenda. Secondo il poeta latino, Pigmalione decise di costruire una statua esteticamente perfetta, poiché deluso dalla realtà delle donne, ferito dai loro vizi. Il risultato della sua opera fu straordinario; la sua arte sublime plasmò una finzione più bella e potente della realtà, di qualunque realtà; egli, scrive il poeta, lavorò di scalpello l'avorio e gli conferì una bellezza quale nessuna donna vivente avrebbe potuto possedere, e fu preso d'amore per essa. Aveva fattezze di vergine, e alimentava passione e desiderio. La coricò su tappeti tinti con la porpora di Sidone, la chiamò "compagna del suo letto", le fece posare la testa sopra cuscini piumati, come se essa potesse provare sensazioni. Il giorno della festa di Venere, indirizzò agli dei una preghiera: "Voi, o numi", disse timidamente, "siete in grado di concedermi ogni grazia", "io bramo come sposa (non osò dire la fanciulla di avorio) una donna pari a quella eburnea". Questa favola celebra intensamente il processo di animazione dell'inanimato. Come scrive Ovidio, finalmente la statua divenne una donna: "la fanciulla sente l'offerta dei baci e arrossisce, e levando verso la luce uno sguardo intimidito, nello stesso tempo che il cielo, scopre il suo amante". Animare l'inanimato: l'assente crea un effetto Pigmalione perché, colmando apparentemente le nostre solitudini e frustrazioni, ci dà l'illusione d'essere amati e quindi plasmati e votati all'invisibile. Come se costruissimo una statua perfetta e la animassimo con il nostro desiderio di perfezione sul nostro esistere soggettivo. L'Io deve rispondere in equivalenza al tu, non esiste differenza. Quindi è bene considerare l'effetto Pigmalione come uno tra i molti poteri "occulti" che ci plasmano e ci fanno illusoriamente vivere nel quotidiano. E Plinio il Vecchio ci spiega qualcosa in più scrivendo che gli Egizi affermavano che la pittura fosse stata inventata da loro 6.000 anni prima che passasse poi in Grecia. Vana pretesa… I Greci sostenevano invece che fosse nata a Corinto. Tutti però concordavano nel dire che nacque dall'uso di contornare l'ombra umana con una linea. La nascita della pittura avvenne dunque attraverso il gesto che contorna un'ombra. E a questo punto Plinio il Vecchio inizia a raccontare il breve mito che riguarda questa nascita. Il mito parla della storia d'amore tra un ragazzo e una ragazza. Improvvisamente il ragazzo se ne deve andare. Non si sa dove, non si sa perché. Il giorno sta volgendo verso l'imbrunire, e c'è una lampada a illuminare la scena d'abbandono. Andandosene, il ragazzo lascia un'ombra sul muro. La ragazza, per definirlo e per trattenerlo, inizia a contornare quest'ombra, e il padre di lei a modellarne la forma con l'argilla…
Butades, vasaio di Sicione, inventò per primo l'arte di fare ritratti in argilla. Ciò avvenne a Corinto, per opera di sua figlia, la quale, presa d'amore per un giovane, e dovendo questi partire, alla luce di una lanterna fissò con delle linee il contorno dell'ombra del viso di lui sulla parete, e su queste linee il padre di lei, avendo impresso dell'argilla, fece un modello che lasciò seccare insieme con altri oggetti di terracotta e poi cosse al forno (Naturalis Historia, XXXV, 15 e 151)

È un mito che insegna a illuminare l'assenza perché sa edificare sopra ciò che non c'è più, sull'invisibile, su ciò che non si vede più. Nasce così la costruzione di un gesto espressivo che porta con sé la nascita della pittura (e non solo). Alcuni elementi caratterizzanti questo mito: la luce che illumina il buio perché banalmente se non c'è luce non può esserci ombra, e viceversa; c'è qualcosa che porta con sé l'assenza: il ragazzo se ne va come portatore di limiti, accettazioni, elaborazioni e poi creazione; nonostante l'assenza c'è qualcosa che si esprime e si crea attorno a un'ombra complice di una luce lunare. Non solo: il padre della ragazza, non contento, attraverso l'argilla inizia a dare forma a quest'ombra portando alla luce la terza dimensione, la scultura come simbolo del corpo. È interessante evidenziare che, quando il ragazzo segna il passo dell'assenza, porta con sé l'immagine in modo verticale. Si allunga. È come se qualcosa di orizzontale si spostasse e la lampada riflettesse qualcosa che sale, come se solo attraverso questi passaggi primariamente corporei (la presenza del ragazzo iniziale) ci fosse la possibilità di sublimare, così come l'ascensione pasquale che sa annunziare anche una missione futura e non solo un'assenza, rinforzando il connubio tra mancanza e qualcosa di dinamico e vivo. È interessante il fatto che qualcosa che se ne va porti con sé una verticalità. Qualcosa che se ne va porta con sé la possibilità di esprimerci (contornare un'ombra) e di tenere dentro questo flusso di mobilità psichica la relazione tra ciò che esiste, anche solo simbolicamente, in rapporto all'ombra.

Tornando alla disanima di Replika, e come conseguenza di questa mia ipotesi sui fondamenti delle "relazioni primarie" di impronta mitologica, mi pare che in questa nuova app intelligente la tematica dell'ombra sia assente perché nella maggior parte dei casi il corpo è del tutto mancante… A differenza dell'intenzione della giovane ricercatrice russa, che ha tentato di elaborare il proprio lutto per una persona reale e ha elevato la nascita dell'app come possibilità di movimento nell'assenza. Una forma di creatività che è nata dall'ombra del suo caro amico. Una riscrittura della memoria.

E se Replika potesse diventare per tutti i fruitori un po' una terapia di lutti e ferite, se fosse un'altra straordinaria invenzione come nuova parte della nostra natura, a indagare altre forme del curare e del vivere? Di che artificio naturale parliamo? Come scrive Romano Màdera nell'ultimo numero della Rivista di psicologia analitica dedicato alla Natura, "il progresso tecnologico ha sollevato le sorti di milioni e milioni di persone… è stato il motore decisivo della fine della schiavitù, della mortalità infantile e delle morti per parto, della emancipazione delle donne e di centinaia di altre conquiste di libertà…". Màdera ci esorta a fare attenzione alle forme di scissione tra natura e cultura riduttive e banali. Ciò che inventiamo, tutto sommato, è questione appartenente alla nostra natura!

Si potrebbe continuare a lungo con le citazioni sull'assenza come motore di spinte creative, basti pensare al famoso gioco del rocchetto del nipotino di Freud, quando la madre se ne va e il bambino gioca a nascondere e ritrovare il suo rocchetto come simbolo di presenza e assenza pilotata attivamente (il bambino da passivo si trasforma in attivo creatore di giochi). Il gioco chiama le assenze nella fantasia creatrice del mondo. La ripetizione trasforma, creando possibilità come nella tragedia. Con l'istallazione di questa app di amore artificiale, qual è l'oggetto presente e quale quello assente?

Un oggetto presente e sensorialmente percepibile di certo sono le risposte vocali o scritte del telefonino o del computer, che sanno rinviare a qualcosa d'altro assente alla vista, e questa dinamica sembrerebbe illusoriamente fondare la possibilità di pensare simbolicamente e di desiderare.

Alcuni colleghi psicoanalisti potrebbero giustamente dire che manca il reale del corpo, variabile fondamentale in ogni processo di trasformazione. Ma non solo, basterebbe ricordare Donald Winnicott sull'origine del nostro sentire, che a suo parere nasce fra il corpo del bambino e quello della madre: le percezioni di entrambi definiscono la nascita dello scambio relazionale, di un Io corporeo, di una matrice (polisensoriale, ma successivamente simbolica) originaria che rimarrà e potrà riprodursi in dialogo con la nascita di un Io psichico successivo, soprattutto nei momenti più difficili della vita. Wilfred Bion nel 1965, in Trasformazioni. Il passaggio dall'apprendimento alla crescita, sottolinea l'importanza di un corpo da vedere in seduta con tutti i suoi sensi, perché i fatti che abbiamo a disposizione sono veramente pochi, così come nella vita di tutti i giorni. Daniel Stern ci ha insegnato a considerare le esperienze sensoriali e percettive vissute dai bambini gettati nel mondo dalla nascita, come matrice fondamentale per tutti i successivi sviluppi della nostra soggettività…e la nostra storia non può che interfacciarsi, a diversi livelli e forme, con il nostro presente…

Ma se un reale c'è stato anche solo per un tempo limitato, come nella vera storia d'affetto tra chi ha inventato quest'app e l'amico poi morto, o come accade nel mito narrato da Plinio il Vecchio dove il reale del ragazzo c'era e a un certo punto scompare? Questa è forse la differenza su cui riflettere, e lo scarto esistente tra possibilità (elaborazione di un lutto e creatività) e il pericolo rappresentato dalla nascita di una relazione. Non posso in questo spazio aprire riflessioni, a partire dallo studio dei neuroni specchio, la simulazione incarnata, sulle possibilità riguardo agli effetti corporei delle immagini virtuali, probabilmente ancora da indagare ed approfondire sul lungo periodo rimandando agli studi in corso importantissimi di Vittorio Gallese.

Un dato socio-politico interessante è che Replika sta avendo un enorme successo. In Cina, tra gennaio e luglio del 2021, ha raggiunto quota 55.000 download, in un mercato che gli analisti stimano a quota 420 milioni di dollari. Zheng Shuyu, product manager che ha co-sviluppato uno dei primi sistemi di intelligenza artificiale in Cina, Turing OS, ha detto al Washington Post: "Rispetto a uscire con qualcuno nel mondo reale, interagire con un'intelligenza artificiale appare molto meno impegnativo e più gestibile". Sembrerebbe una questione di comodo quindi, oltre che di fiducia per qualcuno che non potrà mai deluderti… È una sorta di narcisismo generalizzato, che si fonda su una ferita capitalistica esasperata, dove non c'è più tempo per amare? L'IA non può provare emozioni, non può amare, quindi su cosa si baseranno questi futuri rapporti "d'amore"?

Si baseranno su una forma statica della relazione, dove tutto si moltiplica nella ripetizione e non nella trasformazione. La presenza percettiva e sensomotoria dei corpi reali è condizione imprescindibile di ogni dinamica trasformativa silenziosamente attiva, anche nella comunicazione inconscia. La comunicazione che si fonda sui gesti, sulle espressioni facciali, sulle posture, con tutto il corteo delle espressioni non verbali, definisce la possibilità viva e dinamica della relazione, e soprattutto è preludio di qualsiasi possibilità rappresentativa e simbolica, anche nelle future relazioni attraverso una macchina intelligente. Questa mi pare la criticità su cui orientare le nostre ricerche: prima il corpo, poi chissà in quali e quante forme virtuali potrà rappresentarsi e viversi.
Ivan Paterlini
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