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Caro Ezio Bosso

Citavo qualche settimana fa in un articolo Janchelevitch, quando scrive che "là dove finiscono le parole inizia la musica", come se non ci fosse la possibilità di tradurla verbalmente, perché essa sa esprimere ciò che non si può con il segno delle parole.

Per chi ama profondamente la musica, per chi ha la fortuna di poterne accarezzare intimamente gli strumenti, e per tutte le persone in ascolto della vita, non può che vivere di immensa commozione e risonanza con la tua morte. Ogni volta che ascoltavo qualche tua composizione, mi chiedevo, come me lo chiedevo con Petrucciani: quanto ancora? Quanto tempo ti rimane ancora? Ed una frazione di secondo dopo mi rispondevo: infinito; si, infinito, perché il suono della musica, per certi aspetti, è ineffabile, imprendibile, senza soluzione. Ma la musica, come l'amore, è ontologicamente fragilissima, e risuona massimamente con chi di questa fragilità porta bandiera nel mondo; Una bandiera però invisibile, presente solo alle sensazioni, di un aroma inebriante, estatico e immortale. ringraziavi e benedivi la musica, archetipo incarnato di tutta la tua vita; ringraziavi sempre, perché in quelle mezz'ore pericolose e vertiginose dell'esecuzione, si riassumeva l'intera tua esistenza, sino al giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Ho pensato a quale tipo di canto risuonassero le tue cellule, malate e inappellabili nel loro progetto. Cantavano la vita, ne sono certo. Perché la traduzione di quel canto era un suono divino, la traduzione di quella cellula stonata, era un suono di speranza per tutti e con tutti.


Grazie Ezio,
d'ora innanzi, quando leggerò i tuoi spartiti, ricorderò soprattutto l'infinita, ineffabile, presenza.

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Parteciperanno alle varie puntate esponenti di spicco nel panorama culturale, artistico e psicoanalitico italiano.

Vi diamo appuntamento ogni mercoledì per i nuovi episodi.

Inizia un viaggio inaspettato: quello che doveva essere un semplice podcast su un libro si è trasformato in qualcosa di molto più ampio e profondo. Luigi Ghirri dentro lo scatto di un analista è solo uno stimolo iniziale per dare modo ai tanti ospiti di raccontarsi, di proporre la propria visione sul libro, sulla clinica, sull'arte e, forse, sulla vita. La domanda che rimarrà sospesa fino alla fine di ogni episodio è sempre la stessa: cosa significa pensare per immagini.

 

C'è una domanda che attraversa i secoli e che Cervantes ha formulato meglio di chiunque altro: chi è davvero il folle,  chi sogna o chi ha rinunciato a sognare? In questa serie di podcast, lo psicoanalista Ivan Paterlini e il critico musicale Alberto Mattioli si incontrano intorno a una delle opere più visionarie del repertorio lirico: il Don Quichotte di Jules Massenet, andato in scena al Teatro Ponchielli di Cremona nella regia di Kristian Fredric. Un'opera in cui la follia si fa rivelazione, la morte metamorfosi, la nostalgia una forma inattesa di salvezza. Il loro dialogo è un viaggio a due voci , e a due sguardi,  tra Cervantes, Jung e Massenet. Da un lato la musica, con la sua capacità di rendere udibile l'invisibile.