Il mondo mentre accade (di Ugo Morelli)
Articolo pubblicato on-line su LEPAROLEELECOSE.IT - 19 giugno 2025
di Ugo Morelli
È qui, davanti a me. Riuscirò a rappresentare quel che vedo? Ma soprattutto quel che sento? Metterò abbastanza bene un mondo in un'immagine, un pluriverso in un riquadro, l'infinito in una cornice?
Di fronte a me, una vita. Riuscirò a non interpretare? Ce la farò a non proiettare? E la distanza? Quale sarà quella giusta? Userò abbastanza bene me? Perché l'altro divenga sé stesso?
Sono più che affinità. A pensarci bene pare la stessa storia. La comunanza? L'intercorporeità. L'empatia. Quel processo con un altro. Che non è una scelta. Ma esige tanto esercizio. E tanta cura. Col paesaggio e con un altro. Ma è la stessa cosa? No. Non è mai la stessa cosa. La mobilitazione interiore però sì. Perché ci si faccia all'altro. Spazio o persona che sia.
Cogliere il mondo mentre accade. L'altro, un mondo. Lo spazio, un mondo.
A piedi scalzi. Tanto ha questo di buono un mondo, fa tutto lui. O lei, se è l'altra che hai di fronte.
Allora cosa devi fare? Lasciare che sia. Limitandoti ad esserci. Non è facile esserci. Presente. Osservante. Ascoltante. Soprattutto sé stessi. Aspettare. Attendere. Capaci di capacità negativa. Poi arriva. E trova attenzione. Trova spazio. Incontra contenimento. E si esprime. Si fa contenere. In una relazione che diventa immagine o via per diventare sé stessi. Così non c'è fatica. L'immagine si crea. La via si presenta. Il gesto ostetrico apre. La via appare. L'immagine emerge. Il confine tra noto e ignoto è poroso. Fotografare è stabilire un margine tra osservatore e osservato. Anche curare lo è. Ogni relazione è un'approssimazione. La relazione di cura è una relazione asimmetrica. Il margine è il luogo del possibile. Condizione è che l'asimmetria si astenga dalla violazione. Astenersi perché il mondo si esprima. Astenersi perché l'altro si esprima. Una sorta di esserci senza esserci, perché la relazione faccia quello che può fare.
Novello Plutarco, Ivan Paterlini. Si è proposto di stabilire una vita parallela. Tra Luigi Ghirri e lui. Tra la fotografia e la psicoanalisi.
Un viaggio? Se di viaggio si tratta, che viaggio è? Pare un viaggio attraverso. I protagonisti? Almeno sei. Il fotografo, la fotocamera e il paesaggio; l'analista, il paziente e la stanza d'analisi. Forse 7: con noi che leggiamo. La relazione estetica, o meglio l'estetica delle relazioni come fondamento. L'universo artistico e introspettivo di Luigi Ghirri, da un lato. Le narrazioni e riflessioni cliniche dall'altro. Più che intrecciarle, Paterlini ne cerca le risonanze. Tra la poetica di Ghirri e la ragion poetica che può nascere nella stanza d'analisi. Le immagini, si sa, si fanno narrare da un osservatore. Da sole non dicono nulla. Un paziente si narra ad un terapeuta. Non esistono né immagini né pazienti senza l'estetica della relazione. Che diventino operazioni trasformative solo l'estetica può deciderlo. Se la relazione col mondo e con l'altro diventa soglia che conduce nell'intimo è perché attiva la struttura che collega. Quella struttura sensibile è l'estetica. Un lavoro maieutico, di traduzione. Se prendono forma l'estetico del mondo e l'inconscio del paziente è perché qualcosa di riconducibile all'esperienza estetica è accaduto. Il mondo e l'altro se ne stavano lì, appiattati nel loro giacere. Uno sguardo li ha considerati. Li ha elevati intorno alle stelle. Drammatico e fatale l'incontro. Generativo quando riesce. Ne esce l'immagine o l'esperienza autobiografica. Diventano storie. Spesso dissotterrate. Da un canale di bonifica. O da scene ancestrali. Dalla nebbia o dalle emergenze dell'inconscio. Lo sguardo che perturba, comunque, ha bisogno di ostetricia per non disturbare. Prima di esplorare e comprendere, per non diventare intrusivo, ha bisogno di tatto nel contatto. E comunque intervenire vuol dire intromettersi. Bene è non dimenticarlo. Mantenendo piedi scalzi e respiro leggero. Forse è l'arte che accomuna il collezionista di immagini del mondo e l'ascoltatore di anime. Non sono frammenti i segni della superficie. Sono l'evidenza della profondità. Una semiotica del gesto e della parola per una maieutica dei luoghi che diventano mondi e di parole che diventano farmaco.
Una sottile questione getta un ponte: quella della latenza, tra Ghirri e Paterlini. Se niente c'è di antico sotto il sole, allora ogni sguardo e ogni parola sono sempre verginali.
Se sono verginali, sempre, come differenza nella ripetizione (Gilles Deleuze), gli sguardi e le parole, ovvero i significati che si generano nelle relazioni tra animali sense-makers, allora la latenza non è saturabile. Tanto meno prosciugabile. Inutile provarci. Ancora più problematico, quasi pericoloso, pensarsi come fotografi e come analisti terapeuti, come prosciugatori della latenza. Quel che è latente è la condizione perché una sua parte almeno diventi patente. Come la mancanza costitutiva è l'utero della nascita dell'inedito. Il paesaggio di Ghirri appartiene a sé stesso. Se ne stava latente nella sua eterna evoluzione. Fino a quando? Fino a che qualcuno lo ha catturato, come si suol dire? O fino a quando, pur rimanendo sé stesso, qualcuno lo ha sfiorato cogliendolo e per un istante lo ha reso patente, mentre la sua latenza se ne stava nella persistenza della sua durata? Nella sua verginalità? E il mondo interno di un paziente o di una paziente? Rimarrà nella propria latenza, in buona misura irraggiungibile da chiunque e anche da loro stessi, mentre un suo lacerto, una sua scheggia, un suo frammento potrà emergere e potrà essere messo in comune con chi, leggero e discreto, saprà accoglierlo nella relazione in un campo analitico.
In proposito, Paterlini scrive:
"Come possiamo vedere con nuovi occhi gli oggetti che abitiamo quotidianamente? Come possiamo investirli nuovamente di desiderio e riscoprirli attraverso altre forme relazionali? La mente è sin dalle origini una mente in relazione, duale. Freud scrisse che le nostre pulsioni si indirizzano anzitutto sul seno materno e successivamente, quando il seno non è raggiungibile, su noi stessi. "Il rinvenimento dell'oggetto è propriamente una riscoperta." Dobbiamo "appoggiarci" a oggetti esterni come se fossero quel seno per poter mettere in moto le dinamiche interpersonali e le relazioni che si contrappongono alle forme narcisistiche e intrapsichiche. Siamo noi i creatori di quegli oggetti, siamo noi che ci inventiamo "illusoriamente" queste nuove forme di relazione pensando di poterle, anche solo per attimi, orientare. La relazione analitica è la possibilità di creare i nuovi oggetti "d'appoggio" attraverso il mondo dell'altro, dentro una danza dove la reciprocità e l'interdipendenza definiscono il tempo e il fraseggio del divenire. Viktor Sklovskij, critico letterario russo, scrive ne L'arte come procedimento [in I formalisti russi, 1917, a cura di T. Todorov, Einaudi, Torino 1968] che l'arte è una maniera di sentire il divenire dell'oggetto, mentre il già compiuto non ha importanza nell'arte" [p. 34].
Ivan Paterlini
Non senza sofferenza. Non meno di quella che ogni creatività e ogni percorso per crearsi e ricrearsi comporta.
"Una delle matrici della nostra potenzialità creativa", scrive, "sembrerebbe convergere dentro queste dinamiche ricostruttive e riparative; se manca la spinta sufficiente a trasformare le riparazioni delle mancanze in creatività, si abbracciano rifugi della mente spesso legati alle dipendenze, che non sono altro che dosi di sostanze senza fine per simulare la mancanza di quella prima dose mai ricevuta. L'invenzione creativa di una vita strappata al terrore mi ricorda Elvio Fachinelli quando sulla spiaggia, davanti al mare, improvvisamente accoglie lampi di intuizione, pensieri sintetici che provengono da un'altra parte, e li trova affini a quanto avviene nel processo dell'invenzione, che sia questa scientifica o non scientifica."
Ivan Paterlini
E Paterlini cita Elvio Fachinelli da quel suo impareggiabile libro che è La mente estatica [Adelphi, Milano 1989]:
"È l'improvvisa comparsa di un materiale organizzato, coerente, a partire da frammenti; a partire, spesso, dalla disperazione di riuscire in un compito consapevole. Dunque, non importa l'ambito della scoperta […]. Importa quel movimento chiaro, netto […], che mette a posto, ordina, dà forma, e insieme inonda di gioia e certezza."
Lo scatto di Ghirri è una possibilità di relazione con il mondo, in cui la biografia di chi fotografa, così come accade nella stanza dell'analisi, "deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all'individuazione di un punto di equilibrio tra la nostra interiorità […] e ciò che sta all'esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia". Così Ghirri.
Torna il paesaggio. Abitare un luogo significa quindi avere relazioni con gli oggetti di esso e simulare i movimenti che esso evoca. Allora il luogo, come ci insegnano le neuroscienze ma soprattutto l'esperienza vissuta, è anzitutto la costruzione di un luogo interiore, intersoggettivo e intracorporeo.
"Nella casa davanti al Po, quando in inverno diventava grosso e grigio scuro e la piena invadeva tutti i boschi golenali, il paesaggio entrava in casa e mi sentivo parte di quelle golene, pronte ad accogliere i movimenti della natura, dove i pioppeti tutti in fila come militari in guerra affrontavano l'invasione del fiume che scorre ovunque e te lo senti addosso. Rovi, alberi e canneti spesso si specchiano in questo grande e immenso riflesso di acqua" [p. 69]. Così Paterlini.
Le soglie che attraversiamo sono fine e inizio. Non possiamo scegliere. Sono ambigue. Sono entrambe le cose. Alle soglie conviene prestare l'attenzione che meritano.
Per Ghirri, i nostri "scatti" quotidiani sono una finestra aperta sulle soglie del mondo che possono trasformarsi in una consapevole finitudine. Anche la relazione analitica si muove sul terreno sottile delle soglie, ad esempio tra ancoraggi e movimenti, tra protezione ed esposizione, tra la comprensione e la spiegazione, secondo Paterlini.
Attraversando le soglie del Puer e del Senex Paterlini conduce il lettore alla fine del viaggio, in un sistema di riflessioni che intitola semplicemente Mondo, segnalando quello che fa nella stanza d'analisi, dove sostiene la creazione e ricreazione di mondi, e le affinità con i mondi che ha fatto Ghirri con i suoi scatti. "Il mondo che ho fatto", dice Daniele Del Giudice, consegnando alcuni raccoglitori di suoi racconti a Roberto Ferrucci [R. Ferrucci, Il mondo che ha fatto, La Nave di Teseo, Milano 2025]. All'exergo di Gianni Celati è consegnata la chiusa che ben dice il mondo che noi abbiamo fatto e che oggi ci inquieta mentre ancora ci contiene, come emerge nel lavoro di cura di Paterlini e nell'arte fotografica di Luigi Ghirri:
Ascoltami bene, Luciano. Ombra e luce non stanno più bene assieme di questi tempi, per via dell'aria sporca che non dà buone ombre, e poi ci viene anche nei polmoni. E noi come ubriachi cerchiamo di rimediare, mettendo dappertutto colori netti e vivaci che si vedano meglio. Ma siamo sempre più ubriachi, siccome i colori vivaci ti fanno dimenticare le ombre e i crepuscoli, e ti rendono stupido, ecco il fatto.
[G. Celati, (1987), Condizioni di luce sulla via Emilia, in Id., Quattro novelle sulle apparenze, Feltrinelli, Milano 1987, p. 73].
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