Di Ivan Paterlini su Martedì, 06 Ottobre 2026
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Ciò che è rimasto | 1. Rubiera, 2005

Riapro Col tempo, il volume dedicato alla mostra antologica di Guido Guidi al MAXXI di Roma, e mi fermo su Rubiera, 2005: un letto di legno povero, dimesso, una rete forse già intaccata dalla ruggine, una stanza spoglia, un bastone appoggiato in verticale in un angolo, forse un tempo reggeva le tende di una finestra. Gli oggetti ci sono, certo, ma la presenza che domina è un'altra: è il vuoto, l'assenza, è il tempo che si è perso lungo la strada. Sono cose dimenticate dentro case ormai disabitate, scarti all'apparenza, resti privi di funzione, una sorta di archeologia intima fatta di frammenti che continuano, nonostante tutto, a resistere. Eppure, attraverso lo sguardo di Guidi, questi oggetti tornano a interrogarci. Scarti che parlano, scarti risorti, scarti che non sono mai davvero morti. È come se la fotografia non li salvasse, ma li svegliasse, li riportasse su una soglia inquieta, sospesi tra ciò che è stato e ciò che continua a chiedere di essere guardato.

E allora, cos'è la memoria, se non il trattenere selettivamente ciò che non è più davanti ai nostri occhi? Guidi, diversamente da Ghirri che la indica attraverso il velo della nebbia, la stana, la scova, la riporta allo scoperto proprio nei luoghi dove sembrava essersi ritirata per sempre. E ci domanda, senza mai alzare la voce: e questo? Dove lo lasci? Cosa intendi farne? Cosa sei ancora disposto a riconoscere in ciò che avevi già consegnato alla polvere, al margine, all'assenza, all'inutile?

È un'architettura del tempo perduto, non diversamente dalle porte e dalle finestre chiuse che Guidi fotografa così spesso. La stanza dell'analisi è, come la stanza di Rubiera, uno spazio dove si abita un tempo diverso: perché ciò che conta, spesso, non è quel che è presente, ma quel che manca e che pure preme per tornare. Camille Claudel parlava, non a caso, di una presenza dell'assenza che l'abitava costantemente. I silenzi dell'analista, le sue sospensioni del giudizio,quel "senza memoria e desiderio" di cui scrive Bion, costruiscono una camera oscura in cui gli scarti possono finalmente trovare voce. Guidi non fotografa il letto perché sia bello: lo fotografa perché è rimasto. E l'analisi non si occupa dei ricordi perché siano piacevoli, ma perché sono rimasti, perché nonostante tutto non se ne sono andati.

Il bastone appoggiato in verticale nell'angolo è l'immagine perfetta di ciò che la psiche custodisce a propria insaputa. Non serve più a nulla, eppure è lì, ostinato, ancora in piedi. Nella stanza dell'analisi questo richiama immediatamente il sintomo: un resto privo di funzione apparente, un gesto che si ripete in modo coatto "senza motivo", un'immagine che torna a visitarci di notte. Il bastone insiste, resiste, perché trova il proprio senso e il proprio adattamento proprio dentro l'inquadratura della vita.

Come Guidi non "salva" il bastone ma lo risveglia, chiedendogli di essere ancora una volta guardato, così l'analisi non "risolve" il sintomo cancellandolo: lo trasfigura, lo pronuncia, gli offre asilo in senso prospettico. Lo riporta su una soglia, non più puro scarto muto, non ancora senso chiaro e definito. Lo rimette in quella zona inquieta tra ciò che è stato, ciò che continua a chiedere ascolto, e ciò che potrà diventare, auspicabilmente, con forme nuove.

Trattenere selettivamente ciò che non è più sotto i nostri occhi è, in termini tecnici, la definizione psicoanalitica dell'Erinnerungsrest, il residuo mnestico che sopravvive all'esperienza. Ma la psicoanalisi vi aggiunge una torsione che Guidi stesso sembra esibire: la selezione non è mai innocente. Ciò che tratteniamo dice di noi più di ciò che dimentichiamo,non è rimosso per caso, ma è ciò che abbiamo consegnato alla polvere, al margine, all'assenza, alle macerie della nostra stessa storia.

Sei sicuro che il senso di ciò che vedi non appartenga anche a ciò che hai lasciato indietro? è la domanda dell'analisi. L'analista non si limita a chiederti di guardare ciò che hai davanti. Ti chiede anche di guardare l'angolo della stanza, di guardarlo di sbieco. Quello che hai deciso di non vedere più, quello che spesso la società ti invita a non vedere più, quello che un certo pregiudizio evoluzionista vorrebbe spiegarti dicendoti di andare avanti, con uno zaino sempre più carico di cose che, in fondo, non ti appartengono più.

Guidi trova i suoi scarti già pronti, in attesa, dentro una casa disabitata, e arriva con il proprio sguardo a risvegliarli. L'analisi, invece, deve fare i conti con scarti invisibili, residui impresentabili che nessuno potrebbe mai fotografare perché abitano l'interno e non possono essere mostrati al mondo,possono, al massimo, essere fatti sentire. Eppure il movimento resta identico: entrambi compiono un atto di disseppellimento, entrambi rifiutano di lasciare le cose dove sembravano essersi ritirate per sempre, correndo il rischio fecondo di confrontarsi con il nulla. Scrive Romano Madera ne Il nudo piacere di vivere: il pensiero del nulla, "massima confusione e condensazione dell'inesplicabile e dell'indefinito", non può che farsi "metafora e metonimia insieme della nube della non conoscenza". Nel bene, quando il vuoto è la notte oscura dell'anima e insieme lo sfondo su cui può apparire tutto ciò che è capace di apparire; nel male, quando non è distacco ma attrazione di un gorgo che risucchia nell'angoscia (p. 75).

In entrambi i casi, il tempo non viene recuperato così com'era: non è qui in gioco la memoria involontaria di Proust. Viene restituito in una forma nuova, non ciò che è stato, ma ciò che, essendo stato, ancora domanda, interpella, convoca. Guidi ti mette davanti al letto e ti chiede: "e questo dove lo lasci?". L'analisi ti mette davanti al tuo gesto ripetuto inconsapevolmente e ti pone la stessa domanda, con la stessa voce bassa: e questo, in quale cassetto della mente lo custodisci?

Sia la fotografia di Guidi sia l'analisi sono pratiche dell'ospitalità verso ciò che è stato scartato. Non lo guariscono, non lo redimono, non lo spiegano. Gli offrono una stanza, una luce radente, un tempo infinito. E nell'atto stesso di prestargli ascolto, qualcosa che sembrava morto ricomincia a parlare: non per dirti chi sei, ma per chiederti chi sei disposto a riconoscere di essere stato, per poter essere, in modo diverso, e proiettarti in avanti verso forme nuove e feconde.

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