Mercoledì, 04 Agosto 2021 19:35

Dialoghi. Sull’arte, la terapia, la cura In evidenza

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Da oggi disponibile nelle librerie Dialoghi. Sull’arte, la terapia, la cura (Edizioni Magi) che ho scritto con l’amico e collega Daniele Ribola.

I Dialoghi non sono nati con una finalità pubblica (editoriale, seminariale ecc.) ma come un gioco privato, per il piacere e la passione di esercitare un “gesto” che nel ripetersi ha saputo creare sguardi nuovi e prospettive inedite. Una modalità simile a un rito elementare che si trasforma, nel tempo, in un rito complesso. Un intento, per certi versi, vicino alla filosofia di Epicuro, perché teso a ricercare un piacere “naturale e necessario”, in questo caso quello di dare senso profondo al proprio lavoro e alle proprie ricerche senza il timore di smarrirle.

I Dialoghi sono anzitutto dialoghi vissuti nella vita e nella professione, un esercizio di trasformazione e ascolto continuo con quel daimon che ci orienta e guida e sa richiamare anche quel pensiero discorsivo (dialeghein) con se stessi come esperienza di meraviglia sempre rinnovabile. Dal discutere di qualcosa con qualcuno può nascere quell’arte maieutica che non ha bisogno di conclusioni per trovare un senso e un orientamento. Il dialogo sottile tra interno (tra me e me) ed esterno (tra me e l’altro) consegna alle conversazioni quella sensazione di aver trovato qualcosa senza mai possederlo totalmente, dove assenza e presenza sembrano giocare la parte principale.

Sebbene nei Dialoghi l’apparato bibliografico, le note e gli approfondimenti siano molto accurati (incluse alcune traduzioni inedite in ambito junghiano), essi non perdono mai la spontaneità e l’estemporaneità del pensiero dialogante, improvvisato e carico di meraviglia. Ritornando per certi versi al metodo platonico della dialettica che non era, come ricorda Pierre Hadot1, un esercizio meramente logico (se fosse stato così avrebbe indotto i giovani in formazione a credere che si potesse confutare e sostenere qualsiasi tesi), ma un esercizio spirituale che esigeva da parte degli interlocutori del dialogo una trasformazione di se stessi.

Questo nostro viaggio inizia con il mito (mito come essenza dello psichico2) di Edipo, attraverso il quale invitiamo il lettore alla sua progressiva rivisitazione rispetto sia alle strette e classiche interpretazioni freudiane, sia alle pur interessanti posizioni antiedipiche; è il tentativo di costruire uno sguardo diverso e lontano da ogni forma di imperialismo del disvelarsi veritativo, perché capace di cercare altrimenti e di sostare sui confini di quella soglia ineffabile, di quel sentire appassionato che non può oggettivarsi, ma che dovrebbe semplicemente rilanciare e alludere a quei luoghi interiori che si animano nascondendosi. “L’enigma della sfinge rappresenterebbe quindi una sorta di provocazione e di trappola di una manifestazione della Grande Madre. È una trappola molto intelligente perché fa credere all’uomo di poter risolvere la questione su un piano mentale, illudendolo che quando fosse riuscito a capire, avrebbe risolto l’enigma e con esso il problema della polis. Ma è proprio quando Edipo crede di aver risolto l’indovinello/enigma che entra nel più profondo della sua tragedia. Come avrebbe potuto Edipo evitare questa trappola mortale?”.

Consapevoli dello scarto sempre esistente tra linguaggio e realtà, nei Dialoghi assumiamo il tradimento inevitabile della parola, come apertura del campo analitico ed energetico. Un dialogare che, come modello implicito e di nutrimento, assume di più la musica e l’arte piuttosto che altre forme del pensare, perché “l’uomo creativo sembra rispondere meglio agli enigmi che la vita propone. L’opera dell’artista sa tenere insieme molte cose, tante parti, ed è una risposta più adeguata ai bisogni profondi della Vita”. Queste parole sembrano citare per assonanze le considerazioni di Ivan Illich quando scriveva che “prima che la malattia fosse considerata essenzialmente un’anomalia organica o del comportamento, chi si ammalava poteva ancora trovare negli occhi del medico un riflesso della propria angoscia e un qualche riconoscimento dell’unicità della sua sofferenza”3.

Anche e soprattutto di fronte al tragico della vita, come ad esempio nell’accostarci in punta di piedi alla vita di Luca Flores (musicista che abbiamo studiato a lungo come analisti, purtroppo morto suicida), i dialoghi cercano quel “quasi niente” – come direbbe Jankélévitch –, quel “fuggevole divenire” di senso, per comprendere attraverso la lente del sintomo e del simbolo mancato. E dentro questo vento che continua a girare come vuole, ritorniamo quasi inconsapevolmente alla Grande Madre, come metafora della vita, della morte e del suo figlio prediletto che dell’archetipo del Puer spesso si nutre.

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L’archetipo della Madre, uno dei primi attori dei Dialoghi (poiché sono tanti gli archetipi che incontreremo dialogando: Edipo, Hermes, Narciso, Puer, Senex, Dioniso...), si dipana tra il biografico e il collettivo, tra storia e mito, tra potenzialità creative e malattia. Scriviamo: “L’operazione creativa, come il mettere al mondo delle opere, ti porta nel mito della madre e nello stesso tempo ti permette di superarlo [...]. Il punto è quale attribuzione le assegniamo, riconoscendo che il centro nevralgico non è la propria madre, ma che è qualcosa d’altro che esiste in noi a priori e che può essere anche un fattore di trasformazione”. Lo specchio illuminato dal Bios si riflette nell’adagio invertebrato e senza tempo di Zoé, il biografico dal tempo frettoloso e distratto chiede al tempo mitico un controcanto eterno, rilanciando nuovamente la ricerca di un contenitore che ci può sorreggere e sostenere.

Non mancano nei nostri Dialoghi considerazioni cliniche e terapeutiche che a più riprese sottolineano la differenza tra un modello riduttivamente biomedico focalizzato sulla malattia come entità nosografica, e un modello che si focalizza invece sulla sofferenza, sulla relazione analitica, sulle vite non vissute e sull’esperienza trasformativa dell’inconscio. Come rammenta Vittorio Lingiardi “l’obiettivo e sviluppare nei medici la consapevolezza delle componenti psicologiche del loro lavoro. Balint sosteneva che il medico stesso è un farmaco e che la relazione con il paziente è in sé un atto terapeutico”4.

Le incursioni ben temperate nelle neuroscienze si interfacciano a più riprese con la psicologia del profondo: azioni e comportamenti biologicamente fondati entrano in dialogo costruttivo con le passioni trasformate in domande (il sintomo parlante e portatore di senso). Sono considerazioni cliniche che sanno prendere le distanze da certe meccaniche e semplicistiche associazioni tra psicosi e creatività. Come scrive María Zambrano, “è indispensabile che un fiume abbia un letto, altrimenti non si avrebbe un fiume, ma un pantano”5. Quando c’è psicosi, non c’è creatività, c’è invece un blocco creativo e spesso non si lavora più. Nei Dialoghi, i fattori di malattia e i fattori di guarigione sono veicolati da una visione poetica e autopoietica della psiche, come se spesso bastassero “solo” la costruzione e la formazione di un certo tipo di sguardo, di un certo tipo ascolto, di sollecitudine, di coraggio... allontanandosi da certi liturgici interventi interpretativi, saturanti e preformati, per promuovere invece, in altro modo, le potenzialità di simbolizzazione e di trasformazione.

Sono i tanti punti di vista il vero metodo di ricerca che si manifesta mentre Daniele Ribola ed io dialoghiamo, e che può ricordare per certi aspetti ciò che scrive Hadot sul modo di porre i problemi di Aristotele: “veramente interessante, in Aristotele, è il suo modo di porre i problemi, e non già le sue risposte. Il suo metodo di ricerca consiste nell’avvicinarsi a un problema o a una serie di problemi, considerandoli sempre in una nuova angolazione. La sua formula per indicare questo metodo è: Assumendo ora un altro punto di vista…”6. Winnicott ci dice di quanti cambiamenti avesse impedito o ritardato con il suo bisogno di interpretare, ricordandoci che l’inconscio è un mare improsciugabile o, come direbbe Bion, insaturabile.

Nei Dialoghi attraversiamo anche molte opere di Jung, metabolizzate e vissute dentro discorsi circolari e apparentemente senza un fine. Lungo il percorso, sono i nostri sogni personali, condivisi e interpretati reciprocamente, a definire la misura dell’autenticità della nostra esposizione e a rilanciare ancora più in profondità la relazione tra Puer e Senex.

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Mago Merlino, da: "La spada nella roccia" di Walt Disney

“Se pensiamo al mago Merlino, esso rappresenta il Vecchio Saggio e il Puer insieme, con la sua saggezza preveggente e il suo riso folle e liberatorio. Noi tendiamo generalmente verso una sorta di effervescenza maniacale, oppure tendiamo verso un polo saturnino depressivo mentre l’opera della vita dovrebbe saperli ricongiungere”.

I temi della metamorfosi, del sacrificio e della resilienza hanno trovato approfondimenti importanti e proposte interpretative inedite. La ferita, ad esempio, come possibilità creativa che abita il vuoto e può facilitare la nascita di multiformi possibilità, come se ci volesse un atto di desiderio e poi di separazione per creare il mondo, il nostro mondo. Alchemicamente è l’esperienza dello zolfo (Sulfur) che si fissa nel corpo, nella biochimica… non c’è niente di più condizionante di questa esperienza. Senza questo passaggio non c’è trasformazione, si ricade dentro la memoria corporea ripetendola, si entra in un cortocircuito.

La danza evolutiva di rispecchiamento parziale tra uomo e animale ci fa percepire la fisiologia elementare del mondo e dell’esistenza, consapevoli che, alzando lo sguardo con il corpo in posizione eretta, si possono vedere orizzonti, percepire e inventare possibilità.

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Jane Goodall

I Dialoghi sono anche un viaggio alla ricerca di quello specifico adempimento etico individuativo che ognuno di noi dovrebbe compiere, oltre che per se stesso naturalmente, per la società in cui viviamo. Si ritorna attraverso cerchi concentrici alla dinamica creativa che sa coniugare principio di individuazione e unicità, l’etologia e l’analisi comportamentale dell’individuo che riesce a staccarsi dal gruppo e, “aderendo alla sua natura, scopre cose utili anche per gli altri. Individuazione come creazione, ma anche come contributo sociale”.

E così si ricomincia, dialogando...

 

1 Hadot, P., Che cos’è la filosofia antica, Einaudi, Torino, 2010, p. 62
2 Come scrive Domenico Chianese, ne il vivente e il sacro: “I greci ben sapevano che i miti influenzavano nel profondo la nostra vita, essi avevano i miti e non la psicoanalisi del profondo. Noi non abbiamo miti veri e propri ma la psicoanalisi che mostra i miti in veste moderna, mentre i miti mostrano la nostra psicoanalisi in veste antiche.”
3 Illich, I., Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Red, Cornaredo (Mi), 2005, p. 176
4 Lingiardi, V., Diagnosi e destino, Einaudi, Torino, 2018, p. XI
5 Zambrano, M., Verso un sapere dell’anima, Raffaello Cortina, Milano, 1996, p. 12
6 Hadot, P., Esercizi spirituali e filosofia antica, Einaudi, Torino, 2005, p. 64

 

Letto 524 volte Ultima modifica il Sabato, 07 Agosto 2021 20:15

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