Un dialogo tra Ivan Paterlini e Paolo Mezzadri
Un tratto.
Una lettera.
Riflettevo sul fatto che ogni volta che ci collochiamo nella luce, inevitabilmente generiamo un'ombra. È come se luce e ombra fossero inscindibili, parti complementari dello stesso gesto: esporsi. Come se le tue opere portassero alla luce qualcosa che proviene dal suo contrario, in un certo senso.
In fondo, ciò che appare illuminato rivela anche ciò che resta in penombra. Questo mi fa pensare a quanto, nella nostra interiorità, ogni movimento verso la consapevolezza porti con sé l'attivarsi di una zona più oscura, meno definita. Jung avrebbe detto che la luce che portiamo nel mondo non elimina la nostra Ombra, ma la rende più visibile, più esigente di essere riconosciuta. E forse proprio lì si gioca il vero lavoro psichico: non nel tentativo di abolire l'ombra, ma nel dialogo con essa.
Anche De Chirico ricordava che «ci vuole tanta ombra per illuminare le cose»: come se la profondità del senso emergesse solo quando luce e oscurità si incontrano, senza negarsi. Allora forse il punto non è scegliere un lato, ma accettare che ogni nostra apparizione porti con sé un doppio, una zona che ci accompagna e che, se ascoltata, può perfino proteggere. Forse parlare della luce, per noi, significa parlare anche dell'ombra che inevitabilmente la disegna. Si potrebbe parlare di Polemos, di conflitto originario. E di come possiamo imparare a starci dentro, senza temerla, senza temere ciò che i filosofi chiamerebbero l'integrità dell''ente?Inserisci qui il tuo testo ...
La luce è una straordinaria guida teatrale che cambia in funzione dello spettacolo che noi decidiamo di portare sul palco.
Forse la luce non si vede, forse è un ricordo antico, come il ricordo espresso dagli specchi di Pistoletto, forse in passato ero in grado di vedere la luce riflessa, oggi comprendo quella di un fiammifero, è così onesta nel durare poco…l'onestà della luce possibile.
Pistoletto lo chiamerebbe meraviglia.
Una nuova luce che si posa sulle cose e ci cambia il modo di guardarle. Le tue opere Paolo diventano mezzo ridotto ai minimi termini. Il ferro, la materia prima, l'essenziale origine diventa grazia. Come fa il ferro a diventare grazia? Un pò come le scarpe di Van Gogh…perché avvicinandoci alle tue opere, sentiamo anche la lontananza? Perché ciò che forgi è presente, ma anche assente?
La luce è visibile solo al buio, la luce con la luce è solo mercato, veramente poco vicina ai processi creativi. Penso che la luce nel mio lavoro abbia a che fare con il tempo prima della nascita del tempo. Torno a parlare del tempo che deve rallentare. La luce si comprende quando il tempo rallenta e si dilata.
E quanto doveva essere lacerante, per Paul Celan, essere ebreo e dover continuare a scrivere nella lingua tedesca? Quel "latte bianco come la luce" che Celan evoca — "lo beviamo a ogni ora del giorno" — è la stessa lingua che porta con sé sia la ferita sia la possibilità di una nuova forma poetica. Lo stesso accade in Kiefer: il nero denso, che spesso rappresenta il tumore della storia o la traccia concreta della distruzione, diventa il fondo da cui la luce creativa deve essere estratta, come una scintilla che non vuole spegnersi.
In Spirito e vita, Jung afferma che spirito e materia non sono entità separate, ma due poli di un'unica realtà psichica. Lo spirito non va inteso come un principio immateriale astratto, bensì come una funzione vivente che nasce dall'esperienza e dalla psiche, e che si manifesta nella capacità simbolica dell'essere umano. Allo stesso tempo, la materia non è un elemento inerte: contiene potenzialità psichiche, e la psiche non è un prodotto della materia, ma la sua controparte, il suo complemento. Nell'inconscio profondo, spirito e materia si intrecciano come due modalità della stessa energia che prende forma.
Nelle tue opere, Paolo, questo intreccio appare con particolare intensità. È come se la materia stessa — i metalli, le superfici ossidate, le stratificazioni, i rilievi che emergono come cicatrici — diventasse il luogo in cui lo spirito prende corpo. La luce possibile non è mai data in anticipo: deve farsi strada attraverso il buio che la precede, così come nei lavori di Kiefer la luminosità affiora da un fondo di piombo, cenere e memoria. È un processo di incarnazione, un atto di nascita che avviene dentro la materia stessa, e che restituisce alla luce il suo carattere di rivelazione.
Quando forgio il metallo con il fuoco, ho bisogno di sagome e di odore che poi diventa profumo, forse il profumo dell'infanzia, dell'asfalto, della campagna con la nebbia, di quelle osterie di cui parlava Gianni Celati e il mio amatissimo Nino… di quando mi sono acceso la prima sigaretta, o forse di fuochi più devastanti come quelli delle guerre e degli stermini…Il fuoco di Kiefer penso sia questo. Io ho spesso la necessità di occhi che sappiano guardare l'opera in costruzione e di domandi brevi; brevi e continue domande. Lascerei sospese anche alcune delle tue…forse posso rispondere solo creando…
La luce è un tratto di vita straordinariamente religioso e silenzioso
come silenziosi sono quei momenti dove nessuno ti cerca, nessuno ti cerca perché non c'è nulla dire in quel momento, perché non c'è' nulla da barattare.
La luce è un baratto continuo con me stesso, uno scambio, un mercato senza orari.