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Sogni e corpo

Stefan Zsaitsits

Il corpo come spazio transizionale tra immagine, memoria e trasformazione

Abstract

L'articolo e tratto da un seminario che feci presso Philo nell'ambito della formazione al gioco della sabbia nel Maggio del 2026. Esso non include i casi clinici, ma propone una riflessione sul corpo in psicoterapia come spazio transizionale, cioè come luogo intermedio in cui le esperienze sensoriali e affettive non ancora pensabili possono trasformarsi in immagine, ritmo, rappresentazione e parola. Muovendo da una prospettiva junghiana e dialogando con Freud, Winnicott, Bion, Bollas, Anzieu, Kristeva e Civitarese, il testo considera il corpo non soltanto come sede del sintomo, ma come campo vivo di mediazione tra conscio e inconscio, tra memoria implicita e simbolizzazione. Il sogno, il gesto, il respiro, la voce e le configurazioni estetiche dell'esperienza clinica vengono pensati come forme attraverso cui la psiche prende corpo e il corpo diventa pensabile. In questa prospettiva, la cura appare come un lavoro sui passaggi: dal sentire all'immagine, dall'immagine alla pensabilità, dalla pensabilità a una nuova possibilità di esistere.

Ogni persona sogna secondo un proprio stile: un ritmo, una punteggiatura, una qualità affettiva e immaginativa riconoscibile. Nel lavoro clinico, col tempo, si impara a cogliere non soltanto il contenuto ricorrente dei sogni, ma anche la loro atmosfera, il loro particolare modo di avvicinare l'inconscio. Per questo l'interpretazione non può mai essere assoluta né ridursi a un'operazione di decifrazione. Il sogno non consegna un significato già pronto: apre piuttosto uno spazio relazionale, transferale, in cui la coscienza è chiamata a prendere posizione.

In prospettiva junghiana, il sogno non si limita a rinviare a un'origine causale né può essere compreso soltanto come residuo del passato. Esso possiede una funzione compensatoria, ma anche orientativa: riequilibra il sistema psichico e, insieme, introduce una direzione possibile. Quando l'Io si irrigidisce nelle proprie identificazioni, nei ruoli o nelle immagini sociali di sé, il sogno apre uno scarto, una differenza, una possibilità trasformativa.In questo senso, la compensazione non è un semplice contrario, ma una forma dinamica di autoregolazione della psiche.

Se il sogno costituisce una delle vie privilegiate di accesso all'inconscio, il corpo ne rappresenta spesso il primo teatro. Prima ancora di essere pensata, ogni esperienza viene sentita. Prima di essere detta, attraversa il tono, il respiro, la postura, la soglia fra tensione e abbandono. Il corpo, in terapia, non è quindi soltanto il luogo del sintomo né semplicemente il supporto biologico della vita psichica: è anche lo spazio in cui il vissuto prende forma, si contrae, si difende, si offre, si sottrae. In questa prospettiva, esso può essere pensato come spazio transizionale, vale a dire come luogo intermedio in cui ciò che non è ancora pensabile può cominciare ad avvicinarsi alla forma.

Parlare del corpo come spazio transizionale significa situarlo in quell'area intermedia dell'esperienza che Winnicott ha descritto come il luogo del gioco, della creatività e della simbolizzazione. Non si tratta di uno spazio puramente interno né puramente esterno, né interamente soggettivo né del tutto oggettivo. È, piuttosto, uno spazio del tra: tra sé e altro, tra sensazione e rappresentazione, tra presenza e assenza, tra esperienza grezza e possibilità di pensiero. Applicata al corpo, questa nozione acquista particolare forza, perché il corpo è il primo luogo in cui il soggetto incontra il confine e, insieme, la sua permeabilità.

Freud lo aveva intuito con chiarezza quando scriveva che l'Io è anzitutto un'entità corporea, la proiezione di una superficie. Questa formula non rimanda soltanto alla base somatica dell'Io, ma alla sua natura di margine, di involucro, di confine vissuto. Il corpo è superficie di iscrizione e di contatto; è ciò che permette la continuità del sentire e, nello stesso tempo, ciò che espone alla frattura. Alessandra Lemma ha mostrato bene come il corpo contribuisca a stabilire quel legame temporale necessario a mantenere un senso di continuità dell'esperienza di sé e del rapporto con gli oggetti da cui siamo dipesi. Nel corpo, dunque, si conservano anche tracce di ciò che non ha ancora trovato parola.

Qui si apre il tema della memoria implicita e del vissuto non pensato. Molte esperienze corporee, sensoriali e affettive non sono mai entrate pienamente in una forma narrativa: non sono state simbolizzate, ma soltanto evacuate, oppure sono rimaste allo stato di frammenti percettivi, eccitazioni, collassi, rigidità, tensioni senza nome. Christopher Bollas ha indicato questo territorio come quello del "conosciuto non pensato", vale a dire di un sapere esperienziale profondamente inscritto nel soggetto, ma non ancora rappresentato. Il corpo, in terapia, diventa allora il luogo in cui questo sapere può cominciare a emergere non per via di spiegazione immediata, ma attraverso un lento processo di trasformazione.

È a questo punto che il dialogo con Bion diventa particolarmente fecondo. La sua distinzione tra elementi beta ed elementi alfa descrive un passaggio cruciale del lavoro psichico: dalle impressioni grezze, non metabolizzate, alle forme capaci di essere sognate, pensate, contenute. Se leggiamo questa dinamica in chiave clinica, il corpo appare come il primo scenario in cui gli elementi beta si manifestano: stati corporei senza nome, sensazioni crude, vissuti di intrusione o vuoto, eccitazioni non legabili. La funzione terapeutica consiste anche nel favorire la loro trasformazione, affinchéé possano diventare immagine, affetto riconoscibile, rappresentazione condivisibile. In questo senso, il corpo non è soltanto ciò che "parla" al posto della mente; è il luogo in cui la mente stessa può cominciare a nascere come funzione trasformativa.

Il concetto di contenitore risulta qui decisivo. Il contenitore non è solo ciò che racchiude, ma ciò che bonifica, restituisce, rende trasformabile. La funzione contenitiva del setting e della relazione analitica consente al corpo di non restare schiacciato nella pura ripetizione del sintomo. Il terapeuta non offre semplicemente un'interpretazione, ma una presenza capace di accogliere, tollerare e trasformare ciò che il paziente non può ancora pensare. La reverie, in questo senso, non riguarda una mente disincarnata: implica un corpo che ascolta, che si sintonizza, che presta ritmo e continenza a ciò che nell'altro è ancora informe.

Questa dimensione è profondamente relazionale. Il corpo, in terapia, non è mai soltanto individuale. È sempre già inscritto in una trama di rispecchiamenti, assenze, prossimità, discontinuità, contatti mancati o eccessivi. L'esperienza corporea si costituisce nell'incontro con l'altro e conserva le impronte di tale incontro. Per questo il transfert non si aggiunge al corpo dall'esterno: il corpo è già una forma di memoria transferale, una scena vivente in cui il passato continua a cercare una forma presente.

Su questo punto, Bollas offre un'ulteriore chiarificazione. Le prime esperienze del soggetto non sono primariamente cognitive, ma trasformative: l'oggetto originario è conosciuto non tanto come rappresentazione, quanto come ciò che modifica lo stato del soggetto. L'esperienza fondamentale è allora quella dell'oggetto trasformativo. Il corpo porta memoria di questi primi incontri non come ricordo episodico, ma come qualità del sentire: modi di essere contenuti, invasi, lasciati, eccitati, calmati. Da qui deriva, probabilmente, anche la ricerca adulta di esperienze capaci di mutare lo stato interno: relazioni, opere, viaggi, riti, immagini, pratiche creative. L'esperienza estetica e quella terapeutica possono essere comprese anche come luoghi in cui si riattiva questa attesa di trasformazione.

In tale orizzonte, la nozione di Io-pelle proposta da Didier Anzieu si rivela particolarmente utile. La pelle non è solo un organo, ma una figura psichica del contenimento: delimita, protegge, mette in contatto, permette di distinguere un dentro da un fuori. Pensare il corpo come spazio transizionale significa anche interrogare la qualità di questo involucro: la sua tenuta, la sua permeabilità, la sua fragilità. Ci sono corpi che non riescono a contenere, altri che si irrigidiscono per non disperdersi, altri ancora che vivono il confine come una minaccia. In tutti questi casi, l'esperienza terapeutica può essere letta come un lavoro sul bordo: non sulla chiusura difensiva, ma sulla possibilità di un limite sufficientemente vivo da permettere scambio senza dissoluzione.

Questa prospettiva consente anche di ripensare il nesso tra corpo ed estetica. Prima della parola, il soggetto fa esperienza attraverso ritmi, vibrazioni, cadenze, contatti, dissonanze. Donald Meltzer ha chiamato conflitto estetico l'esperienza originaria del soggetto davanti all'oggetto: attrazione, meraviglia, timore, perturbazione. Nel corpo restano tracce di tale conflitto: alcune esperienze corporee appaiono insieme seduttive e minacciose, generative e invasive. Ciò che nutre può anche eccedere; ciò che dà forma può anche destabilizzare. Il corpo conserva questa ambivalenza originaria e la porta spesso in seduta prima ancora che possa essere narrata.

È qui che la riflessione di Julia Kristeva sull'abiezione diventa particolarmente preziosa. Il corpo è il luogo in cui il confine tra sé e altro può farsi instabile; il luogo in cui il soggetto incontra ciò che deve espellere per costituirsi e che, proprio per questo, continua a esercitare una forza perturbante. L'abietto non è semplicemente il repellente, ma ciò che è stato intimamente vicino e che, tornando, minaccia i margini dell'identità. L'esperienza estetica ha allora una funzione di trasformazione: non elimina l'orrore, ma gli offre una forma, una distanza, un ritmo, una possibilità di rappresentazione. Anche in terapia, il corpo può diventare il luogo in cui ciò che era informe o insostenibile trova una prima figurabilità.

Giuseppe Civitarese ha insistito, in modo convincente, sul carattere proto-estetico dell'esperienza emotiva. Esiste una preistoria del senso in cui il corpo viene prima della mente organizzata, e in cui il soggetto non è ancora del tutto separato dall'oggetto. In questo livello originario non operano soltanto rimozione e inconscio rimosso, ma una zona più primitiva, fatta di consonanze e dissonanze, intensità, ritmi, vibrazioni. È in questo spazio che l'esperienza estetica, come quella onirica, aiuta il soggetto a ritrovare un contatto più pieno tra psiche e corpo. Il bello, il perturbante, il ritmo, la forma non sono accessori: appartengono al cuore stesso della simbolizzazione.

Anche il contributo delle teorie dell'embodied cognition può essere richiamato in questa direzione, purché senza riduzionismi. Non pensiamo nonostante il corpo, ma attraverso il corpo. La percezione, il gesto, l'orientamento nello spazio, la simulazione sensomotoria partecipano alla costruzione del mondo psichico. Le immagini non sono puramente mentali: hanno una temperatura, una densità, una cadenza. Prima di essere lette, vengono sentite. Prima di essere interpretate, vengono abitate.

Questo vale anche per il sogno. Il sogno non è soltanto una sequenza di rappresentazioni, ma un'esperienza corporea dell'immagine. Vi si avverte una pressione, una caduta, un inseguimento, un peso, una sospensione. La sua logica è affine a quella del corpo perché entrambe si muovono sul margine del dicibile. Il sogno mostra in figura ciò che la coscienza non sa ancora articolare; il corpo trattiene e anticipa ciò che potrà forse un giorno essere pensato. Per questo la terapia incontra spesso il proprio punto più fecondo non nella spiegazione immediata, ma nella possibilità di restare abbastanza vicini a ciò che emerge senza forzarlo in un significato prematuro.

Da questa prospettiva deriva anche una diversa concezione del ruolo dell'Io. L'Io non sempre può contenere ciò che emerge; talvolta, anzi, la pretesa di contenere si trasforma in difesa irrigidita. Più che contenitore ultimo, l'Io può diventare testimone. Può sostare sulla soglia, mantenere una presenza, cercare un senso senza dominare l'esperienza. Questa funzione testimoniale è essenziale: non sostituisce il lavoro trasformativo dell'inconscio, ma gli offre una cornice umana, un'attenzione, un margine di riconoscimento.

È qui che la nozione junghiana di funzione trascendente ritrova tutta la sua attualità. Quando il conflitto tra opposti non viene né negato né evacuato, ma sostenuto simbolicamente, può emergere una terza forma, una configurazione nuova che non coincide con nessuno dei poli originari. Se il sogno è uno dei luoghi privilegiati di questo processo, il corpo ne è spesso il laboratorio silenzioso. Nel corpo si incontrano vicinanza e distanza, fusione e separazione, intensità e difesa, memoria e invenzione. Pensare il corpo come spazio transizionale significa allora riconoscere che la trasformazione psichica è anche una trasformazione incarnata.

La cura può così essere intesa come un'arte dei passaggi. Dal sentire all'immagine, dall'immagine alla pensabilità, dalla pensabilità alla parola. Là dove qualcosa è rimasto grezzo, il corpo può diventare il primo scenario della figurabilità; là dove il vissuto era senza nome, può apparire un ritmo; là dove il soggetto si sentiva minacciato dalla propria stessa intensità, può nascere un bordo. In questa prospettiva, il corpo non è semplicemente un tema della psicoterapia: è uno dei suoi luoghi originari.

Sogno e corpo si incontrano proprio qui, nella loro comune appartenenza a una regione dell'esperienza che eccede la volontà cosciente senza per questo sottrarsi alla trasformazione. Entrambi lavorano per immagini, spostamenti, condensazioni, ritmi, soglie. Entrambi custodiscono una memoria che precede il linguaggio e che tuttavia cerca forma. Lo spazio transizionale della cura può essere pensato come il luogo in cui questo passaggio diventa possibile: il luogo fragile e necessario in cui la psiche, attraverso il corpo, prova a diventare pensabile. 

Bibliografia

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C. Bollas, L'ombra dell'oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, cit.

D. Anzieu, L'Io-pelle, Roma, Borla, 1987.

D. Meltzer, Il conflitto estetico. Il suo posto nel processo di sviluppo, Torino, Loescher, 1989. ↩

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C. G. Jung, "La funzione trascendente" (1916/1957), in Opere, vol. 8, Torino, Bollati Boringhieri. 

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Parteciperanno alle varie puntate esponenti di spicco nel panorama culturale, artistico e psicoanalitico italiano.

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