La cara Ombra
Un dialogo tra Ivan Paterlini e Paolo Mezzadri
Paolo, oggi inizierei a parlare con te di processi di creazione. Una parola che spesso si usa, forse troppo, forse abusata. Ma quando diciamo "creativo", di cosa stiamo parlando davvero? Per è una questione fondamentale fare ricerca e studi in questo ambito perché penso sia vicinissimo con il mio essere ed esercitare la professione di psicoterapeuta e psicoanalista… Cosa accade, dentro di te, quando ti scopri immerso in un processo creativo?
Succede quando mi trovo dentro qualcosa che non conosco. Quando sto male, quando il dolore bussa forte, cerco una via per salvarmi — e la trovo solo attingendo al mio materiale interiore. Ma non è solo sintomo, sarebbe estremamente riduttivo… Creare è un modo di respirare sott'acqua. È il mio salvataggio e la mia visione.
È come se l'atto creativo fosse una riparazione — come se plasmando una forma esterna, risanassimo qualcosa dentro di noi.
Sì. È come aggrapparsi al buio senza sapere cosa accadrà. Eppure, in quel non sapere, io mi ritrovo e trovo un senso. Quando lavoro con il ferro, sporco tutto. E quello "sporcare" mi fa bene. Perché mi riconosco in quella macchia: io stesso sono fatto di quella materia ruvida. Il ferro mi somiglia. Ne sento la voce familiare. E il dialogo che nasce tra me e lui è sincero — non c'è giudizio, solo presenza.
Nel processo creativo, allora, c'è anche un incontro con l'ombra. Tu la chiami "sporco". È come se l'arte unisse la bellezza e la parte silenziosa e oscura, da cui tutto nasce.
Io la chiamo la cara ombra. È solo quando la incontro che inizio a calmarmi. Parto da una ferita, ma quando intravedo la cara ombra sento che posso finalmente lasciarmi andare, creare. Sempre con lentezza, come un passo e poi un silenzio. Perché la cara ombra è fragile, potrebbe dissolversi in ogni momento.
L'ombra non è solo oscurità. È anche memoria dei primi anni, delle presenze antiche che ci hanno forgiati. Memorie che si annidano nel corpo, come fili invisibili. E forse, nel creare, andiamo a ripescare proprio quel mondo primordiale: fatto di gesti, calore, suoni, luci perdute.
Sì… Credo che il mio dolore o il mio percepire il mondo sia un passaggio obbligato verso quella cara ombra. È il rito d'ingresso, è un rito .
È l'attivazione simbolica, direi, come le parole dei poeti che si sentono nel corpo per farci vedere il cielo.
Esatto. Senza quel dolore iniziale, non comincio. Ci sono settimane — a volte mesi — in cui cerco la mia ombra, ma non posso richiamarla. Arriva solo quando vuole.
Sai, i figli di Bergman, il grande regista, raccontano che il padre, quando smise di sentire i suoi sintomi spesso ossessivi e molto condizionanti, smise anche di fare cinema. Forse la creatività è anche una memoria antica, che passa di generazione in generazione, silenziosa. E qualcuno, a un certo punto, sente il bisogno di darle voce
Sì. Io potevo rimanere bloccato nel malessere, ma scavando ho scoperto che la cara ombra era sorella, era amica, era parte di me, mi rivedo in altro modo.
Allora l'opera non è un sintomo del dolore, come qualcuno potrebbe pensare. È qualcos'altro: uno scarto, un ponte tra la ferita e la sua trasformazione. È in quello spazio che nasce e nutre, lo spazio sacro del creare.
Sì, il dolore è solo lo spogliatoio dove mi cambio, per entrare in un altro mondo. Senza passare di lì, non potrei cominciare.
Nelle tue opere sento anche l'eco del gioco — quella forza che sembra infantile, ma è serissima. Come se dentro l'artista vivesse un bambino che continua a giocare, a giocare, a giocare…per comprendere sempre meglio la vita, o forse solo per avvicinarla un po' di più.
Mi tocca molto quanto stai dicendo. Io gioco ancora con i miei giochi. Mi salvano. Mi riportano indietro, ma anche avanti. Ogni mio oggetto nasce per essere giocato. Il gioco mi fa respirare.
L'adulto spesso non capisce: spostare un oggetto da una parete all'altra per lui è fatica, per un bambino è creazione.
Se mantieni dentro di te il gioco, vedi mondi ovunque: una nuvola, una crepa nel muro, un granello di sabbia. Tutto diventa possibilità, un gioco possibile.
Nei miei sogni ci sono sempre i miei giochi. Anche nei più spaventosi, trovo una scatola di soldatini o una macchinina. Il gioco calma il buio. È come se mi permettesse di guardare l'inguardabile, senza esserne travolto.
Attraverso il gioco, possiamo dunque parlare anche dell'ombra. È un linguaggio universale che ci consente di "giocare" con l'ombra.
Totale. Il gioco è l'imperfezione totale. Quando giochi, le cose cadono, si rompono… ma non importa: cadere fa parte del ritmo.
Già. La perfezione non la capisco. È una lingua che non ho imparato. Ci sono le grande opere del passato che forse richiamano un'idea geometrica di perfezione, ma io non le capisco.
Per me, uno più uno è… blu.
Quindi, la vita, vista attraverso l'arte, non si misura con numeri. È esperienza, è circolarità, è respiro che si rinnova come una tenda che monti e smonti ogni giorno.
Fotografie Andrea Bolzoni e Stefania Pelosi