Sabato, 14 Marzo 2020 15:13

Nuovo Cinema Paralitico di Franco Arminio e Davide Ferrario

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L’ultimo come sospensione vitale tra il frastuono del mondo

L’Italia dell’ultimo banco: prima parte di un film in 9 puntate, Nuovo Cinema Paralitico, che verrà pubblicato settimanalmente come fossero capitoli di un intero che solo alla fine riusciremo veramente a titolare (www.corriere.it/nuovo-cinema-paralitico/). Un lavoro di Franco Arminio e Davide Ferrario, poeta e regista da sempre molto attenti all’educazione dello sguardo, a ciò che sta fuori nel mondo ed è dimenticato dal mondo.

Franco Arminio: “[…] mi pare ci sia l’idea che il mondo esterno può essere una farmacia: guardare i luoghi ci distrae un poco da quel luogo spesso sopravvalutato che è la nostra testa. E poi c’è anche una questione etica e politica: guardare i luoghi, fissarli, è in qualche modo un esercizio contro lo svanimento a cui sono sottoposti dall’omologazione globale e dal vertiginoso cambio d’epoca che sta diventano frequente come il cambio d’abito” (corriere.it, 7 marzo 2020).

Un’idea di cinema “semplice”, senza trucchi, che fissa la vita alla ricerca di quel punto medio che, di poco sopra al male di vivere, scorge le possibilità e l’incanto di una vita incarnata. Un viaggio in Italia che si riflette e dialoga con il Viaggio in Italia di Ghirri e Celati ricercatori di città deserte, strade nel nulla, giardini abbandonati, case desolate dentro luoghi dimenticati e sopravvissuti al rumore del mondo. L’italia dell’ultimo banco sembra invitarci a educare l’attesa e la speranza di incontri apparentemente casuali, ma di senso, che ricordano gli “incontri non preordinati” di Zavattini e il concetto di sincronicità di Jung. Coltivare l’arte di perdersi e attendere, e attendere e ancora attendere, per un incontro nelle aree interstiziali e marginali che improvvisamente accendono il senso e una nuova traiettoria. Ma questa attesa deve saper trovare i luoghi adatti, “luoghi che non sanno d’essere belli e pieni d’avvenire… l’Italia non riuscita, l’Italia dell’ultimo banco”. È un’attesa che deve saper registrare l’esperienza di apertura e ascolto per testimoniare ciò che accade.
Il film inizia dichiarando esplicitamente l’intenzione:

“Guardo ogni cosa come se fosse bella,
e se non lo è,
significa che devo guardare meglio.”

La poesia di Arminio celebra l’ambulante calabro come archetipo di tutti gli uomini in viaggio mentre dispone i suoi prodotti preparandoli per la vendita in strada. Questi prodotti sanno ispirare la poesia che sa prendere forma estetica dentro le voci dei braccianti, dei contadini, degli esseri umani che compiono gesti dimenticati, da sempre uguali: processi e concatenazioni che sanno mettere insieme e raccontare storie, famiglie, biografie. La poesia di Arminio si fa carne e sangue e si palesa quasi perfetta nelle regioni prime dell’umano.

Gli autori insistono ed evidenziano la semplicità e l’importanza dei gesti nascosti nei pertugi dei nostri paesi dimenticati: donne che ricordano i filos delle chiacchiere serali come passatempo che dipana una matassa di lino, il filo delle cose avvenute nel quotidiano, e preparano la conserva di pomodoro cantando e ascoltando l’amore. Antonino Ferro, per far comprendere l’idea di mente di Bion, importantissimo psicoanalista del secolo scorso, impostava uno schema che partiva dai pomodori, per poi metterci il passapomodori e infine i vasetti di pomodori. I pomodori sono le nostre esperienze sensoriali, non elaborate e cariche di materiale grezzo e di angosce inenarrabili e non pensabili; il passato di pomodori che scende dal macinino è la possibilità di trasformare quelle esperienze grezze in qualcosa di pensabile, sognabile e raccontabile. La scena delle donne che preparano il pomodoro è una trasformazione possibile di tutte quelle naturali angosce e paure umane in qualcosa di condivisibile: un derivato narrativo veicolato da un gesto semplice e rituale.

nuovo cinema paralitico 02

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Ceregnano è il paese della felicità o della gioia, perché la gioia per gli autori esiste, anche solo “nel nudo piacere di vivere”. E il tema della gioia dialoga con i fotogrammi successivi che richiamano il tema della morte come notizia a cui non potremo assistere, meglio giocarci al meglio quest’assenza come simbolo del desiderio, includendola sin dall’inizio del percorso nella nostra vita.

Nella punta estrema della Sicilia, dove le coste calabresi quasi si possono toccare, i fotogrammi sembrerebbero citare l’espressione artistica di Ghirri, perché l’atmosfera di stupore permanente di fronte alla fisicità del mondo è quella dei primi elementi, dove il piccolo e il grande sanno confondersi, dove la sabbia richiama l’immortalità e l’indistruttibilità, e la presenza umana è semplicemente meraviglia, ri-velazione, re-incanto nei confronti del mondo.

Letto 284 volte Ultima modifica il Sabato, 14 Marzo 2020 15:33

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