Venerdì, 29 Novembre 2019 13:24

Mindfulness come esercizio di riconoscimento simbolico - Mosse estetiche tra Presenza e sguardo

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  1. L’epidermide del mondo

James Turrell è un artista legato all’Arte ambientale e uno dei maggiori esponenti di Light and Space. Le opere di Turrell coinvolgono esplorazioni di luce e di spazio e molte delle sue ricerche si basano sulla deprivazione sensoriale. Lo spettatore attraverso lo smarrimento, viene indotto in uno stato di visione riflessiva che l’artista chiama “vedere voi stessi vedere”, rendendolo consapevole della funzione dei suoi sensi e della luce come sostanza tangibile. Divenire coscienti della nostra esperienza senza cercare di forzarla e modificarla. Ciò che l’autore ci induce a provare davanti alle sue creazioni si avvicina ad una percezione di assenza e, nello stesso istante, di intensa presenza, di stabilità e instabilità; è una percezione del tempo e dello spazio molto vicina alla sensazione di vuoto e di invisibile. Dentro questa forma, si può percepire il silenzio come origine e matrice di parole e di suoni.

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James Turrell, Perspectives Academy art

Tra il vuoto e l’invisibile si manifestino le infinite acrobazie umane. Kafka ne il primo dolore, racconta di un artista e il suo trapezio, un’arte che si esercita in alto, nelle volte dei grandi teatri. Questo grande artista restava giorno e notte appeso al suo trapezio. Scendeva solo per i faticosissimi trasferimenti da un teatro all’altro. Un giorno, piangendo, chiese al suo impresario un secondo trapezio perché non poteva più vivere con un solo trapezio. Il pianto dell’artista incominciò a disegnare sul suo volto le prime rughe. È solo per sottrazione che si può tendere all’infinito. È paradossale pensare che la presenza si accompagni all’invisibile e le sensazioni corporee al vuoto, come paradossale pensare che nelle piccole cose si custodiscano i grandi tesori che ci sanno orientare e arricchire. Scrive Christian Bobin: “nel canto la voce si tace: è sempre un’assenza che si canta” (2018, p.10). La vita sono i piccoli gesti quotidiani, il canto la loro espressione artistica. Nell’educare le nostre facoltà visive e per rilevare i minimi dettagli presenti nella natura, dovremmo indossare le vesti della fiducia perché essi sanno mettere ordine in un ordito di elementi altrimenti indifferenziati. Scrive Jania Sarno ne l’uomo che cammina: “partire dal dettaglio, dal piccolo, dallo stretto, dal basso, per poi sfondare la visione a raggiera[…] ha colto questo segreto anche l’arte edilizia della regione: da una finestra piccola si vede molto di più che da una vetrata, perché concentrando la visione la si spalanca, la si fa vibrare” (2001, p.40).
Come avvicinarsi ad una visione della vita che non si fa offuscare dagli accadimenti (inevitabili) dolorosi, ma sa invece incontrarla in ogni istante lasciandosi fecondare dai suoi incanti? I canti, le danze e i colori della natura, non sono solo una questione etologica evolutiva, ma sentimento estetico universale, un sentimento che probabilmente provano anche gli stessi animali nei loro beati gesti quotidiani. Scrive Oliver Sacks: “Alcuni anni fa, mentre ero in visita allo zoo di Toronto, vidi una femmina di orango che allattava un neonato-ma, quando premetti la mai faccia barbuta contro il vetro che delimitava il suo grande spazio erboso, lei depose delicatamente il piccolo e si accostò alla vetrata premendo la faccia e il naso di fronte ai miei dall’altra parte della lastra…misi la mano sinistra sulla lastra, e lei immediatamente ci appoggiò sopra la sua destra. La loro somiglianza era ovvia, evidente ad entrambi. Lo trovai sorprendente, meraviglioso; mi diede una sensazione di affinità e vicinanza intensa come non l’avevo mai provata con nessun altro animale”. (2019, p.250). Lasciarsi fecondare dagli incanti della vita: un paesaggio, una musica, un’opera, un film, lo sguardo di un bambino, di una madre, il profumo del caffè fatto con la moca, il tepore dei primi giorni di primavera, una finestra innevata che ti invita a restare ammirando i miracoli della natura. Un piacere estetico può manifestarsi con un piccolo brivido sulla pelle sino a raggiungere, con certi incontri, l’estasi sublime della confusione e della possessione con ciò che la provoca. Incontri. Le nostre mosse estetiche e creative sono fatte della stessa sostanza dei nostri incontri, interiori ed esteriori. La relazione animata con gli oggetti del mondo e l’intersoggettività animano l’esperienza creativa della nostra esistenza. La nostra esperienza corporea nel mondo diventa bussola di orientamento e di apprendimento. Basti ricordare i tanti studi sulle cellule mirror e l’embodied simulation come lo definisce Vittorio Gallese. La simulazione incarnata parla di noi, mentre osserviamo le altre persone agire nel mondo. Il movimento altrui si riflette dentro di noi. Sinigaglia, filosofo della scienza che sta approfondendo da anni questi temi, ipotizza che quando osserviamo un’azione altrui, reclutiamo processi di rappresentazioni di tipo motorio simili a quelli che sarebbero reclutati da noi stessi per quel tipo di azione, individuandone lo scopo. È fondamentale sapere come ci rappresentiamo quello scopo coordinato dal nostro sistema motorio. Se il nostro modo di rappresentare motoriamente ciò che vediamo cambia, cambierà con esso anche il nostro modo di comprenderlo. Potremmo dire: educazione estetica all’ascolto del corpo e allo sguardo come sviluppo della nostra coscienza. Un stato sensoriale che sa trasformarsi in sentimento estetico (piacere) ed esperienza poetica (conscio-inconscio). Hegel sciveva: “l’arte è quella che presenta alla coscienza la verità sotto forma sensibile” (1967, p.118). Lo stato sensoriale diventa barometro che misura il grado di verità. Penso che la Mindfulness1 parli proprio di questo percepire intenzionalmente e con attenzione i tanti piccoli momenti presenti nelle nostre quotidianità. Una disciplina (intesa come applicazione costante e quotidiana) ed una pratica che ci allena a sostare con occhi aperti, dove il prima e il dopo diventano sospensione e integrazione; il sapersi meravigliare davanti al sorgere dell’ordinario e quasi insignificante movimento senza tempo. Scrive Romano Madera: “Il tempo presente è in senso proprio il tempo dell’azione e della passione, tempo al quale la consapevolezza deve essere indirizzata. Si tratta di una scelta fra la cura di ciò che è possibile e reale, il presente del presente (ma è anche il presente del passato e del futuro), e la cura di ciò che risulta poi impossibile, un desiderio vuoto che vorrebbe evocare il passato o presagire il futuro senza vedere che essi sono, sempre e comunque, consegnati al presente che li evoca”. (2006, p.101).

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Caterina Morigi. Sincerità della materia. Exhibition view at Villa della Regina, Torino 2019.
Per gentile concessione di MIBACT PM PIE 2019. Photo © Mangosio

Alcuni artisti sanno amplificare simbolicamente la semplice e nuda materia, come Caterina Morigi con la mostra Sincerità della materia in questi giorni a Torino. Morigi si interroga sul rapporto tra naturale e umano nella scultura e si presenta dicendo che le rime visive tra epidermide umana e superficie marmorea (le sue opere) rappresentano l’evidenza della sincerità della materia. La natura somiglia all’uomo. Morigi aggiunge: “Nell’artist run space Mucho Mas! gli elementi sono realizzati in marmo artificiale, una tecnica complessa e antica, che richiede una lunga fase di progettazione dell’impasto di scagliola pigmento e colla animale. Penso che se non si conosce il procedimento è difficile comprenderne l’accuratezza, che va colta nei dettagli finissimi delle venature simulate. L’uso sapiente di questo materiale mi è stato insegnato dal maestro Simone Desirò, con il quale ho realizzato i lavori. Un aspetto molto poetico che può essere colto solo se racconto che il marmo artificiale di Rima prevede una fase di levigatura che si ottiene accarezzando la superficie piana con 7 diverse pietre naturali, dalla pomice fino all’ematite. Per realizzare un elemento artificiale ne occorre quindi un altro naturale”.
Oltre all’esperienza dell’assenza-presenza vissuta dentro l’opera di Turrell, ci sono situazioni apparentemente contrarie, di assoluta presenza, che ci invitano a percepire con la medesima intensità. Un ri-trovarsi analogo dentro la matrice silenziosa dell’origine.

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Ivan Paterlini

Mi sono chiesto spesso perché ogni volta che mi trovo davanti allo Sciliar provi le stesse intense e intime percezioni di presenza. Mi sono risposto: “per la certezza di ritrovarlo, sempre”. L’assenza e la presenza sono le due facce della medesima “intelligenza del mondo” che possiamo ritrovare in noi, sempre. “Che giorno è oggi? Senza numeri che giorno è? Lo chiedo al cuore, che significa a tutto il corpo sentito, alla precisione delle percezioni interne ed esterne: continuate pure a scappare, è la vostra natura. Io resto qui” (Candiani, 2018, p.5). Il nostro corpo è tutto e niente, è presenza ma anche assenza, è vicino al mondo e nello stesso tempo è lontano, è grandissimo e piccolissimo, fortissimo e fragilissimo, è ancorato alla terra, ma sa volare, è solo e nello stesso tempo legato indissolubilmente all’altro, è pace e guerra, è altruista ed egoista, è caldo e freddo, è fatto di tutte le polarità presenti al mondo, accanto a me, presenti in me. La percezione del mondo non si può ridurre, essa è un intero complesso che sa misurare la propria esperienza condivisibile e comunicabile. L’esistenza di un intero complesso è facile da verificare. Quante volte ci siamo proiettati e identificati con il cattivo dell’ultimo film visto? Quante volte un’opera deforme, mostruosa e ripugnante ha suscitato in noi piacere inaspettato? La partecipazione inconscia a ciò che viene proiettato sullo schermo ci rende estranei e nello stesso tempo presenti a noi stessi e ci permette di comprendere che l’essere umano è indivisibile e mai parziale. Solo la partecipazione quasi inconscia e parzialmente distaccata al mondo, ci può svelare i segreti più veri dell’essere umano: un intero complesso. La funzione dell’arte “non è una decorazione, non è una grazia…è come mettere la mano sulla punta più sottile del reale. E nominandolo, farlo accadere” (Bobin, 2019, p.33). Come scrivevo, le nostre mosse estetiche e creative sono fatte della stessa sostanza dei nostri incontri, interiori ed esteriori. Mosse estetiche come antidoto alla società del calcolo e dell’utile. Mosse estetiche come antidoto alle visioni del mondo riduttive e parziali.
“Venire al mondo significa acquisire un particolare stile di visione, tatto, ascolto, gusto, olfatto […]” (Le Breton, p.XII). Come un etnologo in viaggio che prova percezioni inattese che sanno sconvolgerlo e liberarlo dalle consuetudini dell’esperienza di sé e degli altri, dovremmo orientarci ad una rieducazione dei sensi per un nuovo rapporto con le moltitudini dei mondi sensoriali possibili: un’esperienza antropologica che sa liberarci dalle consuetudini. Imparare nuovi visioni significa imparare nuove sensazioni, spingendoci, come ricercatori dei sensi, verso la messa in gioco del conosciuto e dell’ordinario.

   2. L’importanza

l’importanza di ciò che resta.
L’importanza di ciò che resiste malgrado il trascorrere del tempo e le inevitabili trasformazioni, come il ricordo del profumo di alcune pietanze tipiche della nostra infanzia. Quando risentiamo a distanza di moltissimi anni quel profumo, abbiamo le medesime sensazioni: sul registro psichico mettiamo in scacco il tempo ordinario e torniamo là, dove le percezioni diventano sensazioni per poi trasformarsi in emozioni. Il verso apre il poema di John Keats Endymion: “The thing of beauty is a joy for ever” (una cosa bella è una gioia per sempre). La sospensione dal tempo che induce la bellezza dura e si manifesta in gioia. La bellezza sembrerebbe una questione che attiene l’universo del sentire e non della forma. La percezione di sé si manifesta nel rapporto con il visibile interiore: l’esperienza di un sentimento “per sempre” memorizzato nel corpo. Come se quel ricordo ritornasse eternamente in un ciclo continuo di attraversamenti di stati, infinitamente presente e non perturbabile dal pensiero della caducità. Come nell’attraversamento e poi superamento di un lutto, il nostro ricordo sensoriale sa impressionarsi e ricostruire ciò che “non esiste più”. C’è una ricostruzione ed una esposizione poetica continua della presenza. Ritornare ad essere quello che si è stati all’inizio attraversando complessità e complicazioni, per arrivare di nuovo alla nuda semplicità. Ciò che conta non appartiene solo al gesto ordinario che si ripete nella consapevolezza, ma al gesto ordinario che da sempre si ripete e sa suscitare il brivido dell’eternità. Peter Handke2, ne Il canto della durata, scrive:


“Restando fedele
a ciò che mi è caro e che è la cosa più
importante,
impedendo in tal maniera che si
cancelli con gli anni,
sentirò poi forse
del tutto inatteso
il brivido della durata
e ogni volta per gesti di poco conto
nel chiudere con cautela la porta,
nello sbucciare con cura una mela,
nel varcare con attenzione la soglia,
nel chinarmi a raccogliere un filo”

Mindfulness ivan paterlini 04

Ivan Paterlini

Un “qui e ora” senza tempo che dura un’eternità. E’ l’emisfero sinistro che organizza la percezione del mondo suddividendola in momenti passati, presenti e futuri. Per l’emisfero destro, il tempo è circolare e senza soluzione di continuità. “Il punto di vista casuale ci narra una drammatica storia della maniera in cui D giunge all’esistenza, prese la sua origina da C che era insito prima di D, e C aveva a sua volta un padre che fu B, ecc. La veduta sincronistica da parte sua invece tenta di produrre un quadro altrettanto significativo della coincidenza: come accade che A, B, C, D ecc. compaiono tutti nel medesimo momento e al medesimo posto” (Jung, 1948 p.14).
L’importanza del saper interrogare la sofferenza e non spiegarla.
L’importanza del saper aprire il varco alle domande e sospendere le risposte, lasciando spazio al vuoto e al silenzio per il mondo immaginale. Esso sa ricostruire e riconfigurare su un altro piano il senso e l’orientamento dell’esistere, sa irrorare le regioni aride della nostra psiche. Il mondo immaginale sa creare i presupposti per una trasformazione percettiva del nostro corpo attraversandolo di mistero e di speranza. Le percezioni corporee attraversate dall’immaginale, possono diventare visione e sguardo simbolico, un divenire prezioso per tutte le sofferenze, in particolare quelle psicosomatiche e ossessive che con la rigidità dei confini corporei non lasciano spazio alla fluidità e all’apertura dello sguardo immaginale.

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Ivan Paterlini

L’importanza delle mani delle madri che reggono la sostanza del mondo e che solo nel mondo possiamo ritrovarle. L’amore si nutre della loro mancanza.

1 Con mindfulness si intende un’attitudine che si coltiva attraverso una pratica di meditazione sviluppata a partire dai precetti del buddhismo (ma scevra dalla componente religiosa) e volta a portare l'attenzione del soggetto in maniera non giudicante verso il momento presente. Diversi protocolli di trattamento psicobiologici basati su tale tecnica meditativa sono stati sviluppati e validati in ambito clinico, dove hanno mostrato benefici significativi per il trattamento di diverse patologie psicologiche e anche il miglioramento di molti parametri ematici, ad esempio quelli legati a patologie infiammatorie; significativi miglioramenti nella percezione di benessere fisico e mentale, creatività, parametri ematici sono stati dimostrati anche in soggetti sani che praticano la tecnica.

2 Peter Handke…

3 Si vedano gli studi di J.B. Taylor, My stroke of Insight, Hodder, London 2009, trad. it. La scoperta del giardino della mente. Cosa ho imparato dal mio ictus cerebrale, Mondadori, Milano 2017

Bibliografia:
Kafka F., Un artista del digiuno, Quattro storie. Quodlibet compagnia Exstra, Macerata, 2009.
Sarno J., L’uomo che cammina, Le lettere, Firenze, 2001.
Sinigaglia, C., Specchi nel cervello. Come comprendiamo gli altri dall’interno, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019.
Bobin C., La parte mancante, Servitium, Noventa padovana (PD), 2018
Bobin, C., Abitare poeticamnte il mondo, Anima Mundi, Lecce 2019
Sacks O., Ogni cosa al suo posto, Adelphi, milano
Hegel, G.W.F., Estetica, tr.it. einaudi, Torino, 1967
Candiani C. L., Il silenzio è cosa viva, Einaudi, Torino, 2018
Le Breton D., Il sapore del mondo, Raffaello Cortina, Milano, 2017
Madera R., Il nudo piacere di vivere, Mondatori, Milano, 2006
Keats, J., Endimione, Bur,
Handke, P., Canto della durata, Einaudi, Torino, 2016
Jung, C.G., 1948, Prefazione alla traduzione inglese dell’I King, Astroloabio, Roma, 1975, p.14

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