Venerdì, 10 Aprile 2020 12:22

La nostra musica per aiutarci ad elaborare angosce e traumi

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Ascoltare la musica profondamente, apre nuove vie di ricerca che non avevo mai sognato. A causa di quello che mi hai mostrato questo pomeriggio-non solo quello che hai detto, ma quello che ho sentito e di cui ho fatto esperienza concretamente-sento che da adesso in poi la musica dovrà essere una parte essenziale dell’analisi. Essa raggiunge il profondo materiale archetipico che solo qualche volta conseguiamo nel nostro lavoro analitico con i pazienti. Questo è notevole e meraviglioso.

Carl Gustav Jung

Janchelevitch1 scriveva che là dove finiscono le parole inizia la musica, come se non ci fosse la possibilità di tradurla verbalmente, perché essa sa esprimere ciò che non si può con il segno delle parole.  Noi possiamo associarle qualsiasi narrazione extra-musicale, consapevoli di usare metafore non precisamente riconducibili al testo. Ad un certo punto, alla musica come alla vita, non si deve chiedere di più, altrimenti rischiamo di farle dire ciò che vogliamo noi e di non sentirla nella sua complessità. Siamo in presenza di un linguaggio molto arcaico e ambiguo che si può intravedere e riconoscere a partire dal suono della pietra, che custodisce, come l’alchemica lapis philosophorum,  la memoria e i segreti di un tempo antico. Pinuccio Sciola2 artista e ricercatore di suoni nella materia, insegna che tutti i suoni nascono da una vibrazione: accarezzando una pietra si può sentire il suono della natura e delle sue origini.

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Con la musica, le percezioni concrete del mondo sono come materie prime che sanno armonizzarsi: il battito cardiaco, il suono del nostro respiro, il suono dell’acqua, dell’aria, delle montagne, del ghiaccio ne sono un esempio; un’identità sonora archetipica inconscia che si interfaccia con l’identità sonora culturale3. Cage, musicista e compositore importantissimo del secolo scorso, dimostrò che neppure in una camera anecoica si poteva raggiungere il silenzio assoluto, resistevano i suoni più antichi dei nostri organi e funzionamenti vitali come lo scorrere del sangue, il battito cardiaco e il respiro, suoni peraltro riconducibili anche al rapporto tra bambino e madre prima della nascita.

L’invisibile che sa curare, e non uccidere. Jankélévitch scrive che la musica è incapace di esprimere significati, idee, sentimenti, o di descrivere paesaggi ed eventi; la musica è fatta di “quasi-niente” o je-ne-sais-quoi, è ineffabile e “non esiste in se stessa se non in quella mezz’ora pericolosa (lo sa bene l’esecutore) in cui suonandola la facciamo essere. Questa fragilità ontologica, però, apparenta la musica a tutto quanto è più elevato: come l’amore, la poesia e il dovere, la musica non è fatta perché se ne parli ma perché si faccia4.

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John Cage, 4’.33”

Un “quasi niente” che sa toccare e far vibrare soprattutto i nostri territori emotivi e spirituali, qualcosa che è al tempo stesso heimlich e unheimlich, familiare e rassicurante, ma anche estraneo e perturbante: l’ineffabile della musica lavora sulle nostre parti nascoste e immensamente risonanti di senso.

Le proteine del corpo umano sembrerebbero vibrare come le corde di uno strumento musicale aiutandole a legarsi5 tra loro in un processo indispensabile per sostenere le funzioni biologiche vitali. “Musica” che il corpo mette a servizio delle nostre funzioni biologiche fondamentali affinchè le “cellule cantino”6. Molte le figure mitiche e archetipiche di riferimento: Apollo, come possibilità armonica riscontrabile negli strumenti a corde e nella possibilità del pensiero che sa armonizzarsi; Dioniso, più vicino agli strumenti a fiato e all’irrazionalità seduttiva corporea del perturbante; Orfeo ed Euridice come simbolo del mistero oltre il visibile; Pan e il suono dirompente della natura. Il linguaggio della musica sa rimandarci sempre a qualcosa d’altro, un altrove sconosciuto, che richiama l’esperienza del simbolo junghiano che si esprime come “la migliore formulazione possibile di qualcosa di relativamente sconosciuto”7.

Le dinamiche che mette in campo la musica fanno riferimento alla tensione tra opposti, sintesi immaginativa che sa mettere insieme le polarità conservandone le distinzioni; una coincidentia oppositorum, ad esempio, tra gli aspetti femminili e maschili compresenti in ognuno di noi: ritmi stagliati che si alternano a quelli fluenti nel gioco delle tensioni e delle risoluzioni continue. Come scrive Augusto Romano di Gilbert Durant che “sottolinea la drammaticità dei contrasti di cui si nutre l’esperienza musicale, intesa come avvaloramento uguale e reciproco delle antitesi nel tempo […] Durand attribuisce alla musica la funzione di metaforizzare nel contrasto delle sonorità l’intero dramma cosmico”8.

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Camille Claudel, La valse, Museo Rodin

Molte ricerche9 hanno evidenziato come l’ascolto della musica attivi sia l’emisfero sinistro, la parte educata del cervello (forse più accentuato nei musicisti e in chi conosce la musica), sia l’emisfero destro, ancorato più a capacità percettive antiche e alle emozioni.
Ricordare una musica in associazione ad un evento emotivo preciso della nostra vita è esperienza comune a tutti noi. Questa prima esperienza sembra localizzarsi nelle aree temporali della parte destra del cervello e solo successivamente trasmessa all’emisfero sinistro. L’emisfero destro svolge dunque un ruolo decisivo per quanto concerne l’organizzazione melodica della musica conservandola nella nostra memoria. L’emisfero sinistro assume successivamente un’importanza essenziale perché da esso sembra dipendere la codificazione tonale dell’altezza del suono. Riducendo, potremmo dire che le parti emotive si coniugano ed integrano perfettamente con le parti razionali ed evolute del nostro cervello e mai come in questo periodo di pandemia e traumi questa magica integrazione fisiologica, può rivelarsi massimamente utile e funzionale.

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La musica prevede il ri-ascolto. La fruizione musicale nel movimento ripetitivo del riascoltare il nostro brano, attiva processi di proiezione e introiezione: che cosa mettiamo di noi nel brano musicale, e cosa il brano musicale mette dentro noi?  L’elaborazione psichica di ciò che accade nel mondo, nel nostro mondo, attraverso la musica, avviene perché c’è la possibilità e il desiderio di riascoltare più volte lo stesso brano. Una ripetizione che richiama la ricerca di costanti che il bambino insegue per ordinare e selezionare il mondo, sintonizzandosi con ciò che spesso non può controllare. “Quando si sviluppano dei significati ciò che è stato detto non va più ripetuto; in musica e in poesia invece ciò che è stato detto è ancora da dire: da dire, e instancabilmente e inesauribilmente da ridire” 10.
Un piacere catartico che si ripete e si ripete in continuazione come se ritrovassimo qualcosa di già vissuto, un «ritrovamento del già noto» a cui Freud associava, ad esempio, anche una valenza estetica e che richiama le tematiche del tempo diacronico e sincronico (limiti della vita come tempo lineare e trascendenza come tempo circolare), del lutto e della sua elaborazione (il presente congiunto alla nostalgia del passato e alla nostalgia del futuro). Come scrive Emanuele Ritrovato, “Questo tempo ricorda il concetto bergsoniano di durata reale [...] La musica, fatta di questo tempo non-tempo, ci aiuta ad entrare nella durata reale e ci permette di conoscere parti profonde di noi stessi: si va dalla confusione al raccoglimento, dalla moltitudine esterna a un Sé denso di immagini, sentimenti, emozioni, dentro a un flusso continuo. […] Nella situazioni in cui, la difficoltà a sostare nelle esperienze traumatiche della vita diventa la quotidianità, “il tempo della musica diventa una possibilità, diventa un tempo dove possiamo riflettere, contemplare, ricordare, sognare, immaginare tenendo insieme presente, passato e futuro. Un tempo che è “serbatoio di libertà”[…]11

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Se ci pensiamo, è la struttura stessa dei brani che ascoltiamo che si fonda su ripetizioni che partono da tensioni e sospensioni per poi risolversi in distensioni, andando a ripescare quell’amato ritornello che come un mantra terapeutico lavora dentro noi alla ricerca di una forma inconscia pensabile. Perché è la musica che ci suona e non il contrario12. “[…] un analogo degli interminabili commenti cabbalistici alla Torah, il cui scopo non è certo quello di strappare ai nomi di Dio il loro segreto, ma offrire loro un devoto omaggio. Esporsi, anche intellettualmente, alla loro luce ci mette nella condizione di essere svelati a noi stessi” (A. Romano, p.27). Come ci ha insegnato Pinuccio Sciola nel suo giardino sonoro, la memoria della materia e della natura suona e può svelarci a noi stessi, solo se sappiamo accarezzarla, riconoscerla e soprattutto ascoltarla.  Imparare ad ascoltare significa imparare a guardare il mondo il più possibile vicini al vuoto,  in un tempo sospeso tra una nota e l’altra, diventando uno spazio vivo di risonanza. L’arte dell’ascolto è come l’arte del respiro, ci ricorda Byung-Chul-Han13: l’ispirazione che non annette l’altro, ma sa custodirlo e proteggerlo, come si dovrebbe custodire un sogno, per farlo ri-suonare di una musica originaria, che sa orientarci e proteggerci nei momenti più bui e difficili della vita.

 

1 Jankélèvitch, la musica e l’ineffabile, 1961-trad.it a cura di E.Lisciani-Petrini, Napoli, 1985.
2 Giuseppe Sciola, conosciuto come Pinuccio è stato uno scultore italiano. Era conosciuto per la sua attività nella promozione dei murales a San Sperate, suo paese natale, e per le sue sculture sonore, presenti in diverse città del mondo.
3 Si vedano gli studi di Rolando Benenzon è medico/psichiatra argentino fondatore del Modello non verbale benenzoniano
4 R. Martinelli, I filosofi e la musica (2012), Il Mulino: Bologna, p.170
5 Rivista Nature Communications. La scoperta del team di scienziati dell’Università di Buffalo e dell’Hauptman Woodward Medical Research Institute (HWI) ha dimostrato che le proteine del corpo umano vibrano come le corde di uno strumento musicale. Grazie ad una tecnica sviluppata appositamente e basata sulla microscopia a terahertz sono riusciti a registrare nel dettaglio le vibrazioni del lisozima, una proteina antibatterica, presente in molti animali e nell’uomo. Questi piccoli movimenti, che persistono nelle molecole come il suono di una campana, consentono alle proteine di legarsi tra loro in un processo indispensabile per sostenere le funzioni biologiche vitali. “Se si tocca una campana il suo suono persiste nell’aria con delle sue specifiche caratteristiche legate alla campana stessa, le proteine si comportano allo stesso modo” così spiega Andrea Markelz la professoressa di fisica che ha condotto lo studio. (Francesca Brocchetta, Auralcrave 29 Marzo, 2018)
6 Team di scienziati dell’Università di Buffalo e dell’Hauptman Woodward Medical Research Institute (HWI). In Italia abbiamo un team di ricercatori che opera in questo ambito, guidato dal Prof. Carlo Ventura, docente di Biologia molecolare dell’Alma Mater di Bologna. Fondatore di VID art|science (http://vidartscience.org), movimento internazionale che sviluppa un percorso transdisciplinare di Artisti e Scienziati nella convinzione che ogni manifestazione artistica possa parlare alle dinamiche più profonde della nostra biologia.
7 Jung., C., G., (1921) Tipi psicologici, Boringhieri: Torino, 1969, p. 484
8 A., Romano, Musica e Psiche, Boringhieri: Torino, 2002, p.23
9 Si veda ad esempio Isabelle Peretz in Enciclopedia della Musica Einaudi vol. II il sapere musicale
10 V. Jankélévitch, p.21
11 Faccio riferimento agli studi e alle conversazioni fatte con Emanuela Ritrovato, psicoterapeuta junghiana, musicoterapeuta e specialista nel modello Benenzon.
12 Faccio riferimento ad una conversazione privata con Annalisa Cantilena, orientalista e insegnate di Qi Gong:  “Finito di suonare ho sentito forte l'esigenza di fermarmi davanti all'arpa e ringraziarla per la musica che possiede e che mi dona. Ho sentito la verità di Bosso quando dice che la musica è dappertutto, c'è! Ho sentito la verità di Michelangelo che rivela le sculture già presenti nel marmo e quella di Petrucciani che invita ad applaudire il pianoforte e non lui... La musica c'è. Le nostre dita, pizzicando corde o premendo tasti, aprono solo delle possibilità, solo alcune, di tutte quelle possibili. Così noi. Ciascuno di noi è una corda, o insieme di corde e di tasti e viviamo immersi nella totalità delle possibilità, nell'infinitezza delle sinfonie. Nel mare infinito dell'Essere. Siamo accordi, ci sono forme che compaiono e svaniscono rivelando una vita infinita. Ieri l'ho sentito che la musica c'è ed è lei che mi suona. Non il contrario.
Il suono e il silenzio sono le due facce della stessa realtà sorprendente.
Ricevere i suoni così come giungono senza interpretarli, senza giudicarli, senza volerli diversi da come essi sono. 'Ascoltare' è diverso da 'sentire' (così come 'vedere' è diverso da 'guardare'). Ascoltare presuppone il risveglio della coscienza, la sua attenzione. Come un'antenna che si drizza. In questo tipo di ascolto profondo, attento a tutte le sfumature e soprattutto libero dal giudizio, avviene qualcosa di straordinario…una sorta di dilatazione dell'essere che sconfina nel silenzio come realtà vera del suono percepito.
Ascoltando così profondamente il suono, giungi a percepire il silenzio da cui il suono origina e spingendosi ancora oltre, a percepire che suono e silenzio sono la stessa realtà. Sono la stessa cosa.
Silenzio... ma potremmo dire 'vuoto'. 
Ma per tornare all'analogia con quella nota musicale vivente che è l'essere umano, sappiamo dai fisici che anche l'essere umano è costituito al 99.9 periodico di Vuoto (Parlangeri, I segreti della materia).”
13 B.C. Han (2016), L’espulsione dell’Altro, Nottetempo:Milano

 

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