Lunedì, 02 Marzo 2020 21:52

L’archetipo invisibile della vita. Tutte le cose del mondo risuonano d’infinito

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Borges, un autore che amo molto, narrava di un pittore che volendo dipingere il mondo, dipinse laghi, colline e monti e boschi, barche e animali morti e uomini. Alla fine della vita, mettendo insieme i quadri e i disegni si accorge che questo immenso collage costruiva il suo volto. (intervista a Luigi Ghirri, niente di antico sotto il sole, SEI Torino: 1997)

Il 14 febbraio del 1992 moriva a Roncocesi, piccola frazione in provincia di Reggio Emilia, uno dei più importanti e fecondi fotografi italiani del Novecento: Luigi Ghirri.
I suoi paesaggi sono un atto di fedeltà che "chiede d'essere tratto fuori dal silenzio", al fine di abbandonare le posizioni coscienti e identitarie, spesso ancorate ad atteggiamenti ripetitivi e ipertrofici. Lasciare quelle posizioni significa accettare umilmente di perdersi tra quelle campagne, quei campi, quei continenti che l’atlante di ognuno di noi ha immaginato o dovrebbe iniziare ad immaginare. Il tra come limite, confine, soglia e infinita intima visione di un mondo sentito dal di dentro.

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Luigi Ghirri, Ingresso casa colonica 1988

Tarkovskij scriveva che "il pensiero per immagini è mosso dall’energia della ri-velazione. Si tratta di una specie di illuminazione improvvisa, come se un velo cadesse dagli occhi! Ma non riguardo ai particolari, bensì nell’insieme, all’infinito, a ciò che la coscienza non può afferrare […] L'artista ci rivela un mondo…Creando l'immagine artistica egli supera sempre il proprio pensiero che risulta del tutto inadeguato al cospetto dell’immagine del mondo che ha sentito e percepito, e che gli è apparsa come un rivelazione"1.
Un paesaggio archeologico dove le pietre sanno custodire intelligenze antiche e macerie di segreti, dove quei viaggi randagi faranno dire a Franco Guerzoni, amico artista con cui Ghirri lavorerà fotografando le sue opere, che "le pietre sono rappresentate da un’infinità di scatti a macerie ottocentesche, archeologie del quotidiano? L'intenzione era quella di trattare quelle povere pietre come giacimenti di storia antica […]. Le riprese fatte con l’amico (si riferisce a Ghirri) erano in realtà un corteggiamento ai soggetti scelti […]". Sequenze di foto dove le rovine perderanno ogni connotazione temporale trasformandosi in atmosfere che richiamano il vuoto, oltre il tempo di un non-luogo psichico.[…] Parole dimenticate come affresco, tessuto e ordito2. L’indistinguibile tra il qui e l’altrove ricorda le delocalizzazioni del grande artista Parmiggiani3, anch'esso amico e abitante di quei medesimi luoghi della bassa di Ghirri; luoghi poetici, evocativi e nostalgici. Luoghi dalle indefinite forme dove si sente costante lo scontro tra l’invisibile e la "realtà" visibile. Uno scontro che non si risolve mai in nulla perché la lotta tra le due visioni porta i problemi su una dimensione illogica, diluendoli infinitamente fino a farne delle macerie surreali.

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Franco Guerzoni, archeologie, 1973 foto di Luigi Ghirri

Un'esplorazione e una restituzione di un "conosciuto non pensato"4, rimosso, perduto, per un passato più antico, infinito e mitico. La ricerca è del tempo perduto, di un dèjà vu miracoloso e perturbante, del ricordo di un fantasia inconscia che ci sa ricondurre ad un sentire non collocabile e imprecisabile, che ci rimanda ad un movimento circolare, a ciò che Jung e lo stesso Ghirri definivano inconscio collettivo. Scrive Ghirri: "Quando si parla di cinema, di fotografia, di pittura capita di parlare della sensazione del dèjà vu, cioè di già visto, che di per sé non è da considerare dispregiativo, ma piuttosto richiama un contatto con l’inconscio collettivo."5 Scrive Jung in Riflessioni sull’essenza della psiche : "Da queste esperienze e riflessioni ho appreso che esistono certe condizioni inconsce presenti collettivamente le quali operano come regolatori e stimolatori dell’attività creatrice della fantasia e producono configurazioni corrispondenti rendendo utilizzabile ai loro fini il materiale presente nella coscienza. […]. L’esistenza di questi regolatori inconsci, che dato il loro tipo di funzione ho definito a volte con il termine di dominanti, mi sembra tanto importante che vi ho fondato la mia ipotesi di un cosiddetto “inconscio impersonale, collettivo."6

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sequenza fotogrammi del film "La strada" di Fellini

Le sue opere lasciano spazio al silenzio del pensiero tra sé e sé, uno spazio capace di accogliere il ritrarsi di un’energia introvertita che sa generare emozioni per immaginare ciò che siamo, fantasticare e ricordare, concedendoci la possibilità di schiudere lo sguardo sull’intimità. Si deve essere allenati ad esercizi di trascendenza per incontrare le sue fotografie, per saperle guardare nelle province interiori del mondo, in quel “fondo inesauribile che ingenera un sentimento d’eternità”7. Per accedere a questa intimità, dobbiamo ri-velare il nostro doppio, uscire dal confinamento del nostro Io volontario per riconoscere, nell’accezione junghiana, la nostra Ombra come deposito di tutti gli aspetti inaccettabili e per ri-qualificarci massimamente semplici e bambini. Il fanciullo, ci suggerisce Jung, nonostante da sempre minacciato di pericolo e annientamento, dispone di forze che “superano di gran lunga ogni misura umana…egli rappresenta la tendenza più forte e più irriducibile di ogni esistente: quella di realizzare se stesso. Egli è un non poter essere diversamente, armato di tutte le forze istintive naturali…"8

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Luigi Ghirri, Lido di Spina, 1974

Solo attraverso questa intimità dal sapore felliniano si può iniziare a sentire Luigi Ghirri. Ed è dalla primissima infanzia, come ricorda questa prima foto di una serie di paesaggi di cartone, che l’illusione del "sempre" (sarà per sempre) diventa motore insuperabile per tutte la durata della vita.

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Ed è in queste costruzioni dell’illusione che si costituisce la resilenza9 che, come scrive Clara Mucci10, è imbevuta di elementi di fede e di speranza come “sacralità della vita umana”.
Il gioco eterno del puer osserva dall’alto (gli anelli in spiaggia) il giovane uomo (adolescente) che di li a pochi anni, dovrà affinare le distanze per sapersi guardare con la benevolenza tipica del Vecchio Saggio. Affinare ed educare lo sguardo per poter contattare quel ragazzo, sempre presente, nonostante il lamento del sentirsi imprigionato in un corpo che invecchia dentro le dinamiche del possibile. Hillman scrive che “lo spirito invulnerabile diventa umano proprio nel sentirsi sventurato. L’esistenza umana è ferita dal principio alla fine, e il lamento del puer ricorda che la natura fisica, la vita del corpo, la prospettiva soltanto naturale, non è sufficiente. Il corpo del puer è come attraversato da una fenditura ; la sua è una phisis aperta.”11

Qual è il senso di durata, cos’era?
Era un periodo di tempo?
Qualcosa di misurabile? Una certezza?
No, la durata era una sensazione,
la più fugace di tutte le sensazioni,
spesso più veloce di un attimo,
non prevedibile, non controllabile,
inafferrabile, non misurabile.
Eppure con il suo aiuto
Avrei potuto affrontare sorridendo ogni avversario
E disarmarlo

(Handke, P., Canto della durata, Einaudi: Torino, 2016)

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Luigi Ghirri, Marina di Ravenna, 1972

Dalle difese all’intimità. Le sue foto ci invitano a perseguire l’intimità per avere occasione di esistere all’infinito anche solo per un attimo. Le nebbie della pianura che spesso fanno da sfondo alle sue immagini, ci dislocano da qualsiasi obiettivo mirato; ci dislocano da qualsiasi progetto apollineo di conquista lucida sulle cose, dal bersaglio scelto come fine assoluto. Ci dislocano per ricordarci che l’Io, tutto sommato, non è mai totalmente padrone a casa propria. Come scrive Francois Jullien “[…] evitare di essere del tutto chiari, di spiegarsi, catalizza l’intimità e la rende più stretta per il fatto stesso che si rimane al di qua della codificazione delle parole. Il non-detto rende complici […] non è cosa greca ed è anche la sfida più alta all’impero del logos: non si lascia andare alla facilità di dire e anche di, dire tutto, di determinare e di credere di controllare, ma insinua, stringe tacitamente un accordo, lo propaga e lo fa progredire.”12

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Luigi Ghirri, Roncocesi 1992. Eredi di Luigi Ghirri

Le foto di Ghirri sono alternative a qualsiasi foto-consumo di mitologie borgesi veicolate, ad esempio, dai nostri cellulari. Scrive Franco Vaccari: “Certo, Ghirri ha sbagliato tutto, ha sbagliato ad interessarsi di quello che potrebbe definirsi il banale quotidiano, ha sbagliato a ricercare un’ottica adatta ai nuovi spazi invasi dall’urbanizzazione e molto ha sbagliato a non andare a Scanno. La sua fotografia è asciutta, guarda direttamente le cose, non allude, non ammicca, non cerca la complicità di chi guarda e l’osservatore viene lasciato solo con i suoi tic estetici…” (Ibidem, p. 35)
Le sue opere sanno bucare le maschere da ballo durante le danze nel mondo, facendoci oscillare tra il disincanto e l’abbandono, tra la paura e l’amore infinito. Un paesaggio che dall’indifferenza del fuori, si fa intima condivisione dal dentro sa far risuonare quel niente depurato dai “pasticci del mondo”. "Guardare alla fotografia come a un modo di relazionarsi col mondo, nel quale il segno di chi fa fotografia, quindi la sua storia personale, il suo rapporto con l’esistente, è sì molto forte, ma deve orientarsi, attraverso un lavoro sottile, quasi alchemico, all’individuazione di un punto d’equilibrio tra la nostra interiorità – il mio intento di fotografo-persona – e ciò che sta all’esterno, che vive al di fuori di noi, che continua a esistere senza di noi e continuerà a esistere anche quando avremo finito di fare fotografia. È quello che ho sempre cercato, alla ricerca di quello strano e misterioso equilibrio tra il nostro interno e il mondo esterno"13. Quello di Ghirri è un parlare sottovoce, un silenzio loquace fatto di pudore, ritegno e complicità.
Ma è proprio quel niente che sa farsi tensione desiderante e trascendente. La trascendenza, penso sia proprio il portare dentro quel “niente” che ci muove e ci fa sentire il passato e il futuro nello stesso istante, tenendoci in bilico sul filo dell’universo. “La fotografia fotografa sempre un’assenza […] c’è un problema di sospensione di giudizio […]” rispondeva Ghirri sull’Unità a Mario Curati. Jung ne Septem Sermones parlava di pleroma per indicare contemporaneamente il nulla e la pienezza e Bateson rispondeva sulla stessa ricerca parlando di interfaccia tra pleroma e creatura.15

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Luigi Ghirri, vista con fotocamera

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Luigi Ghirri, Lido di Spina, 1974

L’archetipo invisibile della vita si manifesta con un sentire che porta con sé tutta la storia evolutiva dell’uomo. Il bambino che nasce non è tabula rasa, ma custodisce in sé il mondo antico e differenziato delle tante potenzialità da sempre presenti prima della sua nascita. É una predisposizione al sentire quel “nulla” che tanto risuona come esperienza antica. Da sempre abitano in noi modi elementari di percepire l’orizzonte, le profondità, le appartenenze per vicinanza che sanno riflettersi per immagini nella nostra storia biografica e nei paesaggi che incontriamo nel mondo. Una mente inconscia impersonale che sa anche superare le singole biografie per abbracciare il potenziale psichico di tutto il genere umano che possiamo intravedere declinato facilmente nei miti, nelle fiabe e nelle religioni di tutto il mondo.16
"In fondo, in ogni visitazione dei luoghi, portiamo con noi questo carico di già vissuto e già visto, ma lo sforzo che quotidianamente siamo portati a compiere, è quello di ritrovare uno sguardo che cancella e dimentica l’abitudine; non tanto per rivedere con occhi diversi, quanto per la necessità di orientarsi di nuovo nello spazio e nel tempo".17
È in Still-Live, viaggio tra il mondo di oggetti di memorie dal sapore surreale, che Ghirri ci obbliga alla consapevolezza e alla presa visione delle nostre proiezioni. Come scrive Von Franz, “ciò che è proiettato non è soltanto un’immagine memorizzata, come si potrebbe pensare in prima battuta, ma piuttosto un complesso di qualità caratteristiche che costituiscono una parte della persona osservata.18

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Luigi Ghirri, Modena, 1978, da Skill Live

Sono frammenti di immagini fotografiche che sanno mettersi in dialogo riflettente con tracce mnemoniche appartenenti a diverse stratificazioni della vita o delle vite vissute. Scrive Jung: “analogamente ai complessi si comportano anche nuovi contenuti non ancora assimilati alla coscienza, i quali si sono costellati nell’inconscio. Anche questi, come i complessi, vivono una propria vita, fin quando non sono resi coscienti e inseriti nella vita della personalità.”19
Ghirri in Topografia e Iconografia, scriverà: “ Potrei anche intitolare questo lavoro ‘alla ricerca dell’originale perduto’[…], la mia è una ricerca continua. La ricerca di un originale perduto.20 Una ricerca che ci induce a sentire la natura delle cose come ripetizione infinita, una concezione che ricorda e ci riporta all’uomo delle società arcaiche. Come suggerisce Eliade: “Per lui le cose si ripetono e, in realtà, non avviene nulla di nuovo sotto il sole. Ma questa ripetizione ha un significato […]: essa sola conferisce una realtà agli avvenimenti. Gli avvenimenti si ripetono poiché imitano un archetipo: l’avvenimento esemplare”. La Porta di Mattoni sarà una sorta di manifesto di apertura di Topografia-Iconografia. La rappresentazione di un desiderio infinito da sempre perfetto al di là dall’oggetto.

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Luigi Ghirri, Ferrara, 1981

Al di là della porta tutta la dimensione della mancanza e dell’inesauribile desiderio umano.
Una qualità inesauribile della sacralità che può svilupparsi quando ciò che è al di là del visibile irrompe in luoghi particolari. I luoghi semplici e irraggiungibili di Ghirri diventano luogo e sede del sacro e tutti coloro che partecipano di quello spazio numinoso ne sono influenzati, manifestando il bisogno innato di certe rappresentazioni.
Scrive Romano Madera: “Ogni dottrina riduzionistica del desiderio finisce per reimprigionare l’umano in una fissità del riferimento, in una rigidità di corrispondenza fra il desiderio e l’oggetto, che è esattamente ciò da cui la sua natura costitutiva di animale visionario, e perciò infinitamente desiderante, lo ha per sempre emancipato”.22

 

1 Tarkovskij., A., Scolpire il tempo, istituto internazionale A. Tarkovskij, 2015 p.40-42
2 Si veda Franco Guerzoni, nessun luogo da nessuna parte, viaggi randagi con Luigi Ghirri, Skira 2014
3 Pittore e scultore italiano (n Luzzara 1943). Considerato uno dei protagonisti dell’avanguardia artistica internazionale, molte e significative sono state le intuizioni che, fin dalla metà degli anni Sessanta, hanno connotato in modo del tutto originale e innovativo la ricerca di Parmiggiani. Così come ostinata è stata la sua determinazione nel perseguire un'indipendenza all'interno del contesto artistico italiano, in un percorso volutamente fuori da qualsiasi gruppo ed etichetta, che non ha significato estraneità e non ha impedito incontri decisivi con importanti protagonisti dell'arte contemporanea. Invitato più volte alla Biennale di Venezia, ha presentato le sue opere presso altre prestigiose istituzioni internazionali pubbliche e private.
4 Bollas, C., (1987) L’ombra dell’oggetto. Psicoanalisi del conosciuto non pensato, Raffaello Cortina: Milano
5 Ghirri., L., (2009)  Lezioni di fotografia, p.38 Qoudlibet
6 Opere vol.8 pp.221-222, Bolinghieri
7 Jullien Francois, sull’intimità, p. 151 Raffello Cortina: Milano, 2014
8 Jung, C.G., Kerényi, K., prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, Boringhieri:Torino, 2012 p.135
9 Resilenza: In modo molto riduttivo possiamo definire resilienza la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà.
10 Clara Mucci, Corpi borderline, p.58, Raffaello, 2020
11 Hillman, J., Saggi sul puer, p.36, Raffaello Cortina: Milano, 1988
12 Jullien, F., Sull’intimità, lontano dal frastuono dell’amore, Raffaello Cortina, p.138
13 L. Ghirri, Lezioni di fotografia, Macerata 2010, p. 21
14 Jung ne parla inizialmente in Septem sermonem 1913/16 in ricordi sogni riflessioni raccolti ed editi da Aniela Jaffè.
15 Bateson ne parla in Verso un’ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976
16 Si vedano le interessanti riflessioni fatte da Romano Madera, in Carl Gusta Jung, Feltrinelli, 2016 pp.115-120
17 Ghirri, L.,  Paesaggio Italiano, Milano 1989, p. 14
18 Von Franz, M., L., rispechiamenti dell’anima, Vivarium, 2005 p.18
19 vol. 8, p.140
>20 Ghirri,L.,  Still Live. Topografia Iconografia, p.22
21 Eliade, M., il mito dell’eterno ritorno, pp91-92 Borla: Roma, 2010
22 Madera., R., p.88, La carta del senso, Raffaello Cortina: Milano, 2012

 

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