Lunedì, 29 Novembre 2021 16:23

Per Il vivente e il sacro: l’estetica fondativa dell’umano

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A partire da Immaginando[1], per passare da Come le pietre e gli alberi[2] sino a raggiungere Il vivente e il sacro[3], Domenico Chianese nei suoi libri ci guida tra le pagine in una forma molto vicina alle associazioni libere, come se fossimo in un’infinita seduta analitica, che permea e intreccia i saperi e le appassionanti ricerche dei molti studiosi che hanno contribuito ad ampliare e approfondire la nostra visione del mondo. La scrittura di Chianese sembra ripercorrere uno dei meravigliosi miti di creazione, dandosi ragioni e narrazioni di senso intorno a come il mondo si è formato e si trasforma.

Il mondo visto dall’autore ci fa fare un salto antropologico, che comporta il superamento delle barriere anzitutto tra scienza e arte, fra scienza e percorsi di umanizzazione. Ciò che ne scaturisce è una connessione tra tutti gli esseri del mondo, come le pietre e gli alberi, cui anche noi apparteniamo.

Unito a ciò, un aspetto centrale nei testi di Chianese è la dimensione estetica che vive e si sviluppa in un rapporto di co-evoluzione con la mente simbolica: l’arte del Paleolitico farà dire a Picasso “non abbiamo inventato niente”… Si tratta di una visione dell’estetica molto lontana dai banali orpelli con cui ci adorniamo e decoriamo il mondo: si tratta invece della capacità fondativa dell’umano, sin dalle sue origini, e che lo accompagna lungo i suoi sviluppi. L’uomo di Neanderthal pare sia scomparso proprio perché mancante di quella sensibilità estetica del Sapiens che sa scorgere significati nelle cose e formare simboli, capacità “che gli ha permesso di sopravvivere nel corso dell’evoluzione”[4].

Tutto ciò ci porta dritti all’importanza della creatività, dell’immaginazione, della funzione del gioco e dell’infanzia come simbolo per eccellenza del nuovo che risorge da sempre, dalla preistoria, da quando la coscienza ha iniziato a differenziarsi sino a oggi.

A partire dalle piccole cose. “Sono per una filosofia delle piccole cose - scrive Chianese - cose ordinarie della vita vivente che ci permettono di cogliere, per dirla con il filosofo Jankélévitch, il ‘tutto il giorno di tutti i giorni’, un profumo di mimose a primavera, l’odore della pioggia in ottobre, quello di erbe nei campi, una drogheria che odora di spezie” e, citando Maria di Campello, “l’attenzione e la diligenza in ogni pur minima cosa, il fare il sacro con le cose più umili, che poi è il senso della dignità umana”[5]. Il piccolo si eleva cercando uno sguardo che sappia interfacciarsi con i diversi modelli teorici, perché la ninfa Chianese un giorno vorrebbe incontrarla sulla terra, su questa terra…

Potremmo dire che lui non “molla” mai lo sguardo sulla terra, su quel filo d’erba che chiama in causa anche e soprattutto il corpo, a partire dalla parola incarnata che si sente, ad esempio, nella relazione analitica… perché, come scrive Chandra Livia Candiani, il cuore abita nel corpo, non c’è altro luogo in cui sentirlo, altrimenti è idealizzazione o sentimentalismo. L’estetica per Chianese è patrimonio di ogni uomo ed è legata alle funzioni primarie della nostra vita. Cita i suoi studi su Warburg, e ci dice che l’estetica è una necessità biologica, collocando così la poesia e l’arte all’interno di processi biologici: appunto, nel cuore, nelle percezioni, nelle sensazioni, nella terra.

Nel suo libro precedente, Come le pietre e gli alberi, Chianese aveva già sognato di essere ammesso come pietre e alberi nel cielo più alto, perché noi siamo figli dei nostri genitori, delle nostre culture, dei nostri miti, ma anche delle nostre montagne, degli elementi e delle altre presenze della natura con cui condividiamo l’esistenza, e tutti insieme dovremmo essere ammessi ai diversi passaggi della vita, sino all’ultimo…

E a proposito di sogni, ne Il vivente e il sacro Chianese fa fare lo stesso sogno a Freud, Jung, Picasso, Einstein e qualcun altro dei suoi colleghi, Bion… un sogno ricorrente che ci suggerisce implicitamente un metodo possibile di risposta, uno sguardo complesso che sappia unire le diverse sensibilità all’interno della stessa psicoanalisi, da Freud a Jung, Bion, Winnicott, Matte Blanco, Elvio Fachinelli… Ogni grande studioso porta un frammento di verità perché appassionato, come la ricerca di Chianese è autenticamente appassionata. E così l’inconscio risponde, poiché sappiamo, citando Freud, che “l’inconscio non è un organo rudimentale, è vivo, capace di sviluppo, di collaborazione. Si lascia condizionare dalle vicende dell’esistenza”[6]. Un inconscio “non solo sede del rimosso ma attivo, non solo archivio di immagini e simboli ma creatore di immagini e simboli. Penso all’inconscio come forma vivente”[7], e tutto questo è presente e attivo anche di giorno, come ci suggerisce Bion.

Chianese ci propone implicitamente che l’enigma della natura non si può affrontare semplicemente con suture intelligenti e scientifiche, bensì necessita anche di tante altre parti, dove il metodo induttivo, ad esempio, sa dialogare con quello deduttivo, dove il pensiero si apre al sentimento e le ascese intuitive sanno planare a terra e dalla terra trasfigurarsi in altre forme possibili. Una risposta, la nostra, di fronte all’enigma della natura, che dovrebbe farci sentire la connessione con tutti e con tutto, tutto il giorno, tutti i giorni. E ciò riguarda non solo i legami tra arte, scienza e spiritualità: la connessione è anche tra mondo occidentale e mondo orientale. Chianese scrive che le connessioni tra Oriente e Occidente, a partire dall’antica Grecia, sottolineano l’importanza di un procedere (quello orientale) più rappresentativo, in cui la Poesia è un processo interno alla natura e la concezione del tempo punta sull’istante e il transitorio, non solo “semplicemente” (per quanto anch’essa sia vitale) sulla logica sequenziale.

Tra le connessioni, e a partire dal corpo, la risposta di Chianese ci porta a riflettere sugli istinti e sugli animali. Il rapporto tra istinto e psiche è uno degli elementi più importanti dal punto di vista teorico di Il vivente e il sacro. L’idea già di Jung è che l’istinto esiste come idea metafisica, una cosa in sé, perché noi non lo vediamo mai, ma lo possiamo intercettare nelle costrizioni necessitanti o nei nostri tanti automatismi. Ecco che la storia dell’uomo si interfaccia con la storia degli animali, e con i nostri primi movimenti.

Scrive Chianese in dialogo con Calasso: “lì, fin dai tempi di Altamira, quegli animali sono andati formando uno dei più grandi sistemi simbolici dell’uomo. A quel tempo gli animali inseguivano gli uomini e gli uomini inseguivano gli animali per cacciarli e per cacciarli li imitavano: bisognava prima danzare il passo dell’orso, del leopardo, della gru, del bisonte. Per diventare predatore bisognava entrare nei gesti della preda, l’imitazione introduceva all’uccisione. Per poter cacciare, occorrerà disegnare: in un tempo misurabile in venticinquemila anni, gli uomini del Paleolitico cominciarono a disegnare quegli animali che erano potenza in movimento”[8].

ivan paterlini estetica fondativa umano 02

Il vivente e il sacro ci fa vedere la dimensione psicologica di questo immenso sfondo biologico in cui l’istinto creativo, estetico e poetico taglia la dimensione istintuale e la trasforma in qualcosa d’altro: nascono la plasticità della psiche e la capacità simbolica. La dimensione biologica si infrange nei processi culturali e di trasformazione che noi quotidianamente mettiamo in atto.

Avvicinarci alla parte animale… Pensiamo ad Apuleio e all’Asino d’oro. Apuleio quando è asino parla il linguaggio degli asini, è l’uomo che diventa vittima delle sue passioni asinesche sino a che non si pente, scappa e inizia così il viaggio di redenzione… finisce con rose e spine, e iniziato ai misteri di Iside. I processi di umanizzazione si accompagnano anche ai processi di divinizzazione. Sin dal suo titolo, Il vivente e il sacro mi ha ricordato questo mito.

L’uomo non è mai totalmente istintivo, alcune volte lo è un po’, altre volte per niente. Tutti i nostri processi di psichizzazione si collocano tra istinto e cultura. Quando ad esempio reagiamo con aggressività, non è mai solo istinto, è sempre istinto e Qualcosa di più… l’eccesso appartiene all’uomo, non all’animale. Non esiste la bestialità, è un’invenzione culturale umana, esiste invece l’animale secondo i suoi criteri e i suoi modi. Ciò che ci rende umani, direbbe Mariangela Gualtieri, è l’essere eccentrici per natura, specializzati in nulla, ma nel contempo creativi e costruttori di centri simbolici.

Il vivente e il sacro sa parlare di immagini in movimento che creano il mondo in cui viviamo. L’immaginazione, a partire da Jung, Ogden, Hillman, Botella sino a Chianese e Andreina Fontana, si associa alla cura analitica e alla cura della vita più in generale: “Dalle immagini ai simboli penso all’inconscio come forma vivente che attiva simboli, che […] guardano indietro e in avanti, al passato e all’avvenire. Il simbolo apre il futuro, ‘è generativo’ […]”[1], così come la poesia e la musica. Tutto ciò che prepara al futuro crea ritmo… come le sedute analitiche: dallo svelamento di senso alla creazione di senso. Le immagini sono anche acustiche, la pratica analitica è una coalescenza di parole, cose, immagini e sensi.

E parlando di cura analitica Chianese, citando Lavagetto, la definisce “scienza di confine”: sì, perché la psicoanalisi è scienza che si colloca sulla soglia dove può liberamente guardare la poesia, l’arte, la religione e la scienza. L’uomo di scienza può essere portatore anche di una profonda e imprescindibile cultura umanistica. Ricordiamo che l’unico premio ricevuto da Freud fu il premio Goethe.

Il campo analitico, come campo di confine ed estetico, è attraversato dalla dimensione estetica, quindi ampiamente attraversato da quella delle percezioni, simbolo delle tante percezioni del mondo. L’estetica è dunque vicina alle cose che valgono, inclusa innanzitutto la dimensione etica che traccia la strada per la cura di sé e del mondo.

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Concludo condividendo questa immagine che Il vivente e il sacro mi ha evocato, pensando al primato dell’immagine come forma originaria del pensiero: La Danza di Henri Matisse. I corpi sono sbilanciati e in torsione per assecondare il movimento rotatorio, uniti, e di unità parla Chianese. Anche quando - perché può accadere - viene persa l’unità per ragioni traumatiche, per ferite, per sintomatologie le più varie, Chianese suggerisce che siamo comunque dentro una danza umana, tutti insieme. Ci sono Apollo e la sua musica, che chiama nel cerchio Dioniso con il ritmo e le visioni del futuro, e poi Demetra e tutto ciò che nasce, la figlia Kore da cui tutto sempre riparte, a ogni primavera…

Simbolicamente La Danza rappresenta l’estetica di qualcosa di bello perché appassionato e quindi vero, e dunque vicino alla nostra natura. Come scrive Chianese, siamo padroni e nello stesso tempo non padroni dentro la danza dei nostri comportamenti, ma sempre responsabili di fronte a noi stessi, alla polis, e a tutto quell’universo simbolico condiviso all’interno del quale i nostri desideri e le nostre azioni acquisiscono senso.

1 D. Chianese, A. Fontana, Immaginando, Franco Angeli, Milano, 2010.
2 D. Chianese, Come le pietre e gli alberi, Alpes, Roma, 2016.
3 D. Chianese, Il vivente e il sacro, Astrolabio, Roma, 2020.
4 D. Chianese, Come le pietre e gli alberi, cit., p. 10.
5 D. Chianese, Il vivente e il sacro, cit., pp. 218-219.
6 Ibid., p. 188.
7 Ibidem.
8 Ibid., p. 29.
9 Ibid., p. 188.

 

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